Un vicino Oriente per internazionalizzarsi

L’evoluzione geopolitica del vecchio continente è analizzata da Accoa da un punto di osservazione privilegiato. L’Associazione delle camere di commercio dell’Europa centrale il cui vice segretario generale Valerio G. Fratelli è intervenuto lo scorso marzo al convegno Le leve della crescita presso il Mecspe parmense è infatti nata come Camera del commercio italo jugoslava già nel 1954. Con l’Europa divisa in due blocchi contrapposti era allora fra i pochi interlocutori istituzionali abituali di Belgrado, con cui continua a dialogare pure in uno scenario interamente mutato. Basti pensare che a poco meno di 60 anni dalla sua fondazione Accoa si trova ora a gestire un evento impensato sino a non moltissimo tempo fa come l’ingresso della Croazia nell’Unione europea, nell’attesa dell’euro. Fra Bruxelles e dintorni si patisce una crisi nera e Zagabria non pare al momento in grado di per sé di portare ventate d’ossigeno. Il Sole 24 Ore ha calcolato al 4,6% e dunque disallineato rispetto ai parametri europei del 3% il rapporto deficit/Pil e ha rilevato che «la Croazia finanzia il debito con tassi di interesse decennali del 4,9%, circa 70 punti base in più dell’Italia e 40 in più della Spagna.

E ancor più preoccupante ha definito il tasso di disoccupazione tipico oggi del Paese che si sarebbe attestato al 20,9% e dunque non molto sotto quello di Spagna (27%) e Grecia (26,8%). Ben presidiata dai produttori tedeschi ma forte di storiche ancorché controverse relazioni con la Penisola la Croazia sembra tuttavia non aver perso attrattiva per la manifattura occidentale. Così come non è destinata a smarrirne neppure la restante parte delle nazioni ex socialista, come Fratelli ha rilevato.

Mai senza una guida

«L’azione di Accoa», ha detto, «copre adesso un’area di venti nazioni e quel che va sottolineato è che non si tratta più di territori da colonizzare come è accaduto in passato per la Romania, per esempio, dove lo sviluppo economico delle regioni Ovest dello Stato è stato spinto dagli italiani». Così come targa tricolore hanno portato nel tempo anche numerosi business sorti in lande ancor più prossime ai nostri confini quali appunto Croazia e Slovenia. Ma se l’internazionalizzazione è il must dell’imprenditoria nostrana ai tempi della recessione, doveroso è allora rendersi conto che, ha detto Fratelli, «l’idea del titolare o manager che parte alla ventura munito della sua sola valigetta» e di poche superficiali conoscenze è «superata ormai da anni» e, aggiungeremmo, purtroppo perdente. «I problemi che si riscontrano intorno alla questione della internazionalizzazione», ha proseguito il vice segretario generale, «sono di tipo culturale, legati al diverso tipo di approccio, alle attività, al modo di lavorare, al tipo di attività che si può svolgere oppure no, considerando anche gli aspetti politici. Un Paese dove lavoriamo molto bene come la Bielorussia non è sicuramente una realtà semplice da affrontare. È l’ultima dittatura di Europa, e questo rende il tutto ancor più complicato». Perché allora le aziende di casa nostra dovrebbero seguitare a guardare all’Oriente più prossimo come fonte di profitto e potenziale bacino di mercato? «Sono panorami presidiabili», ha detto Fratelli, «e sono mercati molto vicini, ormai sono serviti da quasi tutte le compagnie aeree low cost. Quindi ben diversi da Brasile, Cina, India, inavvicinabili o quasi per una piccola o media impresa che fatica a trovare risorse, parlo anche di risorse umane per poter presidiare territori tanto lontani». Secondo quanto l’Associazione ha sperimentato nel corso della sua attività proprio la presenza diretta è uno fra i segreti del successo di una buona politica di internazionalizzazione. Nella fattispecie a Est; ma naturalmente non necessariamente a Est. «Perché il rischio è sempre dietro l’angolo», ha esemplificato Valerio G. Fratelli, «e banalmente anche il pericolo di una frode è all’ordine del giorno. Bisogna valutare di volta in volta qual è l’opzione migliore: la scelta di affidarsi a esperti che conoscono questi Paesi è talvolta vista come uno spreco di soldi: ma un’operazione in apparenza lineare come l’assunzione di un interprete può essere decisiva. Se la si sbaglia, ricorrendo a un professionista inaffidabile, si può mandare a monte un affare. Se non tutto».

La concorrenza tedesca

Altro errore di tipo quasi più filosofico è di considerare l’Est europeo come culla di mercati emergenti. Alcuni ormai hanno raggiunto livelli magari non paragonabili a quelli dell’Italia; e offrono però agli imprenditori condizioni che sicuramente nello Stivale non sussistono. «Per la maggior parte» ha detto Fratelli, «sono nazioni che hanno fame di investimenti, di aziende che investano in loco e in loco portino anche le loro competenze e il loro storico e solido know how». Facendo naturalmente attenzione ai rivali: nel settore della meccanica i tedeschi la fanno da padrone e il primo riferimento per Paesi come la Croazia, la Serbia, la Polonia è sicuramente l’imprenditore tedesco. Il mercato di riferimento è quello teutonico ma ciò non significa che gli italiani partano sconfitti. Anzi: «Sento dire», ha detto il vice segretario generale di Accoa, «che la manifattura italiana viene comunque riconosciuta e apprezzata come un prodotto di qualità e di eccellenza. Ecco perché non bisogna farsi intimidire dal mostro del made in Deutschland. Le condizioni che questi Paesi mostrano sono di assoluta appetibilità. Penso a nazioni come la Serbia, la Polonia, il Montenegro, che garantiscono agli imprenditori in arrivo da oltreconfine dei supporti che in Italia non è più così facile reperire. La più frequente richiesta di un’azienda quando si rivolge ad Accoa è quasi sempre la stessa: di guardare altrove, perché nel mercato italiano non c’è spazio di crescita». E insieme a questa si manifesta l’esigenza di trovare per l’azienda italiana una squadra di fornitori che assicuri costi inferiori e senza tuttavia che questa decisione possa andare a scapito della qualità. È anche il caso degli stampi, che sono effettivamente alla base di una vasta varietà di attività e di processi produttivi nei più disparati settori e presso le aziende più diverse. Da questo punto di vista uno sbocco primario è l’automotive. «In Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Slovacchia, Serbia, Ungheria ci sono», ha detto Fratelli, «le principali industrie automobilistiche del mondo compresa Fiat, che ha dato enorme slancio al settore, per esempio in Polonia, negli ultimi anni. E Varsavia ha chiuso il 2011 con un +4%; il 2012 con un + 2,5% e nel 2013 è sullo stesso livello nonostante Fiat abbia deciso di portare la produzione della sua 500 e delle nuove Panda dalla Polonia alla Serbia». La Serbia è con Ungheria e Bulgaria (marcata stretto però dal business cinese) forse il più recente eldorado: è un mercato competitivo dal basso costo di manodopera e offre opportunità che vanno dalle zone franche agli incentivi alle assunzioni per chi vi apre poi dei poli produttivi, come Fiat. «Ovviamente», ha concluso Valerio G. Fratelli, «la crisi si sente anche a Est. Ma vi si può avere successo agendo in modo mirato e razionale seguendo i consigli di consulenti quali quelli della nostra associazione. E anche le aziende molto piccole possono ottenere degli ottimi risultati e dei vantaggi, a patto però di andare a esaminare singolarmente, caso per caso, le realtà di questi Paesi».

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