«Stampisti, sensazioni positive nonostante la politica»

Dottor Romagnani, possiamo sperare nell’uscita rapida dal tunnel? Certamente il numero complessivo degli stampisti in Italia e non solo è calato e nella Penisola non si assiste alla nascita di nuove aziende ma a questo fanno da contraltare le sensazioni generalmente positive provate anche nel corso di alcuni recenti eventi internazionali.
La realtà non è buia come la si descrive talvolta e i numeri affermano che anche nella Penisola il settore degli stampi è in ripresa.
Quali settori in particolare stanno dando impulso a questa agognata e inaspettata ripartenza? La situazione varia a seconda dei settori presi in considerazione e anche all’interno di un identico comparto sussistono differenze e discrepanze. Uno scenario a macchia di leopardo entro il quale è complicato capire quali direzioni prendere e quali industrie trainanti si possano agganciare. Si prenda per esempio l’auto: non vive certo un momento felice eppure ospita anche nicchie redditizie. Coltivando le specializzazioni più richieste dal mercato si può restare competitivi nonostante il problema della scarsa visibilità sul medio o lungo periodo sia innegabile; e i margini si restringano. Si è discusso anche di reindustrializzazione dell’Occidente: un fenomeno che Lei percepisce? Si tratta di una tendenza che sta caratterizzando fortemente gli Stati Uniti ma del quale si colgono segnali forti anche in Gran Bretagna dopo decenni di dominio dei servizi e della finanza. Diverso è chiedersi se l’Italia possa o meno agganciare questo treno: per farlo servono una autentica governance forte e una cultura industriale che in realtà nel nostro Paese è assente da almeno un ventennio. Questo è il vero nodo da sciogliere al di là dei dibattiti sulla tassazione eccessiva o sul lavoro. Le imprese combattono. Resistono. Ma il vero problema è quel che c’è fuori dalle aziende.

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