Ricerca e sviluppo: è uguale per tutti?

Claudio Giardini. Università degli Studi di Bergamo Dipartimento di Ingegneria Gestionale, dell'Informazione e della Produzione
Claudio Giardini. Università degli Studi di Bergamo
Dipartimento di Ingegneria Gestionale, dell’Informazione e della Produzione

Ho appena letto un documento del 2014 a cura del NAMRI/SME (ovvero del North American Manufacturing Research Institution della Society of Manufacturing Engineers) il cui titolo è tutto un programma: “Advanced Manufacturing Initiatives: A National Imperative”, che in italiano significa: “Iniziative di produzione avanzate: un imperativo nazionale”.

Il NAMRI/SME riunisce ricercatori provenienti da aziende leader, da laboratori statali, da istituzioni accademiche e da “serbatoi di idee” industriali situati in tutto il mondo per favorire il progresso della ricerca scientifica connessa con la produzione supportandolo con iniziative specifiche che garantiscano un clima economico e sociale che promuova il settore manifatturiero nazionale (degli USA, naturalmente).

Negli ultimi anni sono stati prodotti, infatti, una serie di documenti politici per innalzare il profilo della manifattura avanzata e del suo ruolo nella economia statunitense riconoscendo a questo settore un moltiplicatore economico più grande di qualsiasi altro settore ed una importanza vitale nello sfruttare e guidare l’infrastruttura della innovazione affrontando le attuali carenze dell’ambiente di produzione.

Lo scopo è quello di riuscire a catturare e sfruttare il vantaggio competitivo nazionale della produzione americana. Il Presidente Obama stesso nel discorso sullo Stato dell’Unione del 2014, ha dichiarato che gli USA sono ben posizionati per la crescita economica e che numerosi indicatori suggeriscono una forte ripresa della produzione avanzata interna purché sia assicurato e mantenuto un adeguato ambiente.

Ma come può essere perseguito questo scopo? Come si può creare un ambiente favorevole a questo sviluppo?
Dietro la volontà politica occorre evidentemente proporre, favorire e far nascere una serie di interventi concreti che vadano al di là degli slogan e delle parole che devono infatti tradursi in azioni ed investimenti.

Pensare che la sola (e solita) buona volontà sia sufficiente non basta. Pensare che lo sviluppo possa essere il risultato di iniziative a macchia di leopardo è sbagliato. E’ finito il tempo dei geni: occorre lavorare in modo coordinato, guidato e favorito dal contesto. Non può bastare la volontà di qualcuno per ottenere questi risultati, ma è necessario creare un pensiero, un sentiment condiviso, che guidi davvero le risorse verso un obiettivo comune.

I discorsi da coach non sono sufficienti: siamo forti, siamo bravi, ce la facciamo sono incitazioni utili ma non bastano. E’ come convincersi che siamo ottimi cuochi perché sappiamo fare bene un panino col prosciutto. Ci vuole altro. Ci vuole una visione che, fissati degli obiettivi, crei il giusto ambiente di supporto.

Non voglio aver la presunzione di pensare di possedere le risposte giuste, ma qualche suggerimento penso di poterlo dare prendendo come spunto le raccomandazioni avanzate dal NAMRI/SME. Innanzitutto creare un network nazionale di educatori alla produzione. Avanzare in modo organico, preciso e chiaro alle regioni ed allo stato, richieste per finanziare la ricerca incoraggiando partenariati tra le aziende e gli enti di ricerca e le università. Chiedere agli enti formativi di lavorare con programmi allineati e ben articolati per favorire percorsi che assicurino che gli studenti siano preparati e partecipino a programmi che valorizzino i loro skill nell’ambito manifatturiero. Definire strategie di utilizzo dei fondi che favoriscano la formazione della forza lavoro e qualsiasi livello ci si riferisca.

E’ solo con la formazione che la società può avanzare. La formazione è l’investimento per il futuro e non può essere condotta a costo zero o solo grazie alla buona volontà.

Ma mi chiedo: esiste questa strategia da noi? Riusciamo a mettere davvero in moto ed istituire programmi di stage ben allineati con le esigenze del settore manifatturiero? La ricerca è davvero finanziata in modo adeguato? Si è capito che occorre stendere una road map adeguata per raggiungere l’eccellenza ormai sempre più necessaria?

La storia, purtroppo, ci insegna che nell’arco degli anni il nostro Paese è stato la culla di un numero non indifferente di invenzioni ed innovazioni, ma che per motivi economici, fiscali, burocratici e di opportunità spesso si sono concretizzate in imprese non realizzate in Italia perdendo quindi quel vantaggio competitivo che poteva derivarne.

Parafrasando un pensiero tratto dallo stesso documento possiamo concludere che il successo richiede l’impegno di partnership realizzate tra l’industria, la pubblica amministrazione, l’accademia e le associazioni professionali e che l’espansione queste partnership va incoraggiata e finanziata fin da subito in modo adeguato. Occorre capire che i soldi dedicati alla ricerca e alla formazione non sono un “finanziamento”: sono un “investimento”.

Io ne sono convinto, speriamo qualcun altro lo sia altrettanto.

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