Recupero crediti… per via giudiziaria

apertura IMG_6249La crisi economica, italiana o mondiale che sia, è da alcuni anni la protagonista assoluta e fastidiosa delle nostre giornate. Se ne sente parlare da chiunque in continuazione, negozianti e avventori, massaie, pensionati, amici, parenti, occasionali interlocutori, sul tram e per la strada, in pizzeria e al ristorante, magari di fronte a un menù principesco, ma soprattutto sui cosiddetti “media” che ne hanno ormai fatto un cavallo di battaglia: la crisi e naturalmente i soldi,  che ormai sono finiti per cui non si arriva a metà mese.

E’ indubbio che la crisi ci sia, nessuno lo nega, ma poiché essa fa notizia, gli addetti all’informazione ci si avventano appassionatamente e ce la propinano quasi con voluttà infiorandola con fantasia. La cosa non è priva di conseguenze, naturalmente, soprattutto sotto l’aspetto psicologico, perché induce alla depressione e mortifica le speranze. Uno degli effetti più subdoli e pericolosi della crisi, e soprattutto della sua enfatizzazione, è che nel mondo dell’economia e del commercio proliferano ormai gli “arpagoni”. Sembra cioè che non ci sia più nessuno che sia disposto a pagare “il lavoro” e, soprattutto, a pagarlo subito. Non esageriamo: non proprio nessuno. In ogni caso, oggi, sono moltissimi i debitori i quali cercano di ritardare il più possibile il pagamento di forniture, progettazioni, interventi, consulenze, ecc., anche se non avrebbero problemi a far fronte ai propri impegni. E se il creditore si azzarda a protestare, la scusa è bella e pronta: c’è la crisi!

Il virus ha colpito in modo trasversale e generalizzato il mondo del lavoro non risparmiando neppure le società di capitale e talune compagnie di assicurazione. Ne segue che l’insoddisfatto creditore si comporterà allo stesso modo verso coloro dei quali sia debitore. E così via, a catena, innestando un pericolosissimo circolo vizioso che frena gli investimenti e “blocca” la ripresa. Il problema è grosso, dicono tutti, anche coloro che, non pagando, se ne rendono responsabili; né ci si può affidare con grandi aspettative alla “macchina della Giustizia” la quale viene considerata, purtroppo non a torto, una sorta di “plantigrado” i cui tempi si misurano non per settimane e mesi, come sarebbe auspicabile, ma per anni e lustri.

Eppure non è sempre così. Indubbiamente chi avvia una causa aspetterà anni per vederne la conclusione definitiva nei vari gradi del giudizio, ma per ottenere con una certa celerità i pagamenti che risultino dovuti in base a prove chiare e risultanti da “atto scritto”, i mezzi ci sono. È possibile cioè ridurre l’attesa di molto, sempre che il debitore risulti alla fine solvibile, e procurarsi anche adeguate garanzie contro atteggiamenti ostruzionistici o dilatori della controparte, come ben sanno coloro che si occupano di diritto. Di seguito esporremo dunque tali forme di intervento, e ci scusiamo se non potremo evitare alcuni tecnicismi.

Decreto ingiuntivo e altri metodi

Ammettiamo, per esempio, che la realizzazione di stampi assai costosi non venga pagata da un cliente. Come può agire, concretamente, l’impresa creditrice per “recuperare il credito”?

Il primo mezzo, il più noto, è quello del “decreto ingiuntivo”, che può essere ottenuto in poche settimane. Se l’eventuale opposizione non è basata su prova scritta o di pronta soluzione, tale decreto può essere dichiarato provvisoriamente esecutivo, il che consentirà al creditore di procedere a esecuzione forzata e anche di iscrivere ipoteca giudiziale a carico del debitore ( e seg. cpc).

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Se il debitore si opporrà, per esempio contestando in maniera valida la buona fattura degli stampi realizzati, si è costretti a iniziare una causa per via ordinaria; in questo caso, gli artt. 186 bis, ter e quater del codice di procedura civile consentono al giudice, rispettivamente:

(a) di ordinare il pagamento delle somme non contestate;

(b) di emettere ingiunzione di pagamento se nel corso della causa emergono le circostanze che inducono il giudice a ritenere fondata la pretesa;

(c) di ordinare, a istruttoria esaurita, il pagamento delle somme per le quali ritenga raggiunta la prova, cosicché il pagamento stesso non sia ritardato dalla fase ulteriore del processo.

Occorre tuttavia precisare che il debitore, avvisato da un avvocato che sta per essere avviata una procedura giudiziale nei suoi confronti, inizia in genere a preoccuparsi e a far fronte “obtorto collo” all’impegno, chiedendo magari rateizzazioni o dilazioni; anche perché è ben consapevole che la procedura gli costerà salata, a volte più di quanto lo sia il debito in questione. Questo naturalmente avverrà se si tratta di debitore con possibilità di solvenza poiché, in caso contrario, sarà tutto inutile anche l’eventuale provvedimento giudiziale favorevole. Ne rimarrebbe solo un pezzo di carta di cui farsi un triste quadretto ricordo.

Sequestro conservativo

Il creditore può procurarsi una importante garanzia fin dal momento in cui prende coscienza del pericolo rappresentato da un debitore intenzionato a sottrarsi al pagamento e/o che stia pensando di trasferire o occultare i propri beni perché non vengano aggrediti dal creditore stesso o da altri. Tale garanzia è rappresentata dal “sequestro conservativo” che il giudice può autorizzare ove il creditore dia dimostrazione della fondatezza del suo timore di perdere le garanzie del credito. Il sequestro viene di norma concesso nel contraddittorio delle parti all’esito di un’udienza  fissata a questo fine dal giudice. In casi di estrema urgenza, o qualora vi sia il rischio che l’avviso al debitore possa consentire a quest’ultimo di attuare i suoi piani (per esempio, svuotare un conto corrente) e compromettere l’iniziativa del creditore, il giudice in via provvisoria può autorizzare il sequestro senza interpellare il debitore stesso (“inaudita altera parte”), salvo revocarlo, eventualmente, nella prima udienza successiva. Seguirà poi la causa di merito per accertare la fondatezza delle pretesa creditoria. Anche la richiesta di sequestro, di norma, costituisce una spinta forte all’adempimento per il debitore che vede profilarsi per tale iniziativa gravi danni e spese processuali fortissime.

Esiste anche un ulteriore disincentivo alla resistenza a oltranza e senza fondamento: l’art. 96 cpc secondo il quale “se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna oltre che alle spese al risarcimento dei danni che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza”. Purtroppo tale norma, che certamente potrebbe scoraggiare molte azioni giudiziarie sconsiderate e molte resistenze chiaramente destituite di fondamento, trova scarsissima applicazione nella pratica giudiziaria. Il motivo è sconosciuto, ma poiché una condanna ex art.96 cpc suonerebbe come grave censura all’avvocato che l’avesse causata senza ben consigliare il cliente sulla bontà delle sue pretese o resistenze, è probabile che i giudici preferiscano chiudere un occhio.

Avvio dell’azione giudiziaria

Per l’avvio delle azioni giudiziarie di questo tipo esistono studi legali specializzati i quali chiedono per il proprio intervento compensi non particolarmente elevati oltre una partecipazione (per esempio, del 15%) sul ricavato. Gli studi non danno garanzie di ottenere alcunché ma normalmente i risultati sono buoni perché essi, prima di avviare una lite, svolgono attività prodromiche (richiesta di informazioni, colloqui, avvisi, lettere di diffida) che spesso ottengono l’effetto sperato senza bisogno di adire il Tribunale.

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Altra cosa è la cosiddetta “cessione del credito” a termini degli artt. 1260 e seguenti del codice civile. Il creditore cede il proprio credito a un soggetto specializzato che, dopo le opportune verifiche, glielo pagherà in una certa percentuale (per esempio, l’80%) cercando poi di recuperare quanto più possibile dal debitore. L’avente diritto, così, incasserà buona parte del dovuto senza altre preoccupazioni (“cessio pro soluto”); a meno che, per ottenere di più, non intenda garantire la solvenza del debitore (“cessio pro solvendo”), nel qual caso tuttavia rischia di dover restituire con gli interessi quanto percepito, rimborsare le spese ed eventualmente risarcire i danni.

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