Punti di vista: fucilazione alla schiena

Enzo Guaglione

In questi ultimi anni il numero delle persone scontente di sé e del proprio modo di vivere è in aumento; se chiedo loro cosa gli manca e cosa cercano, ottengo risposte vaghe del tipo “Béh, siamo ancora vivi, bisogna accontentarsi, si tira avanti”. Questa sorta di rassegnazione si incontra anche in ambienti economici privilegiati. Qui prevale la risposta: “Si lavora, si lavora troppo, non ho più tempo libero”. Per me è triste costatare che le vittime di questa negatività sono soprattutto i giovani, che hanno abbandonato ogni speranza per il proprio futuro. Una folla di giovani agitata, percorsa da una tensione palpabile, segue disordinatamente le aperture al mondo del lavoro e lancia fulmini contro chi coltiva nuove rivoluzioni industriali che, a parer loro, creano disoccupazione. Ecco quindi che di fronte alle gravi difficoltà economiche e sociali che stiamo attraversando, la formazione diventa cruciale per il nostro Paese, il cui avvenire dipende in gran parte dagli orientamenti delle nuove generazioni. Così c’è chi non desidera più niente e chi non sa né godere il presente né fare progetti per il futuro. Sembra incredibile, ma Industria 4.0 ha anche un risvolto che alimenta negatività con meccanismi tumorali che deprimono i giovani e li obbligano a emigrare, regalando ad altre nazioni straordinarie risorse umane.

Oggi, a causa del rapidissimo progresso tecnologico, le nuove iniziative appaiono spesso vaghe e nebulose; qualcuno osa avviare nuove attività, parte, si mette in moto e crea una nuova impresa. Sono più o meno d’accordo con il concetto di base, ma con una piccola considerazione a margine: parlare oggi di start-up innovativi è rischioso, perché da un lato chi vuole lanciare un’idea davvero innovativa ha bisogno di ingenti fondi, e dall’altro chi invece si concentra su piccole cose non fa altro che tirare fuori applicazioni. Al che mi sorge il dubbio che piccolo non deve essere per forza bello; anzi, spesso è brutto. In questa situazione i giovani laureati e disoccupati appaiono come se fossero stati fucilati alla schiena, disonorati, perché succubi attori passivi nelle variegate espressioni dell’evoluzione. Ma gli stessi giovani devono essere in grado di dominare la tecnologia e farla sviluppare secondo le linee guida della loro cultura; per farlo, però, è necessario conoscere le alte tecnologie emergenti, prendere confidenza con esse, metabolizzarle e orientarle al loro benessere.

L’automazione ha cancellato tanti mestieri, però altri ne spuntano all’orizzonte, ma sarà difficile usufruirne se vige l’analfabetismo tecnologico. I nuovi mestieri esigono la padronanza di internet delle cose, della robotica, della gestione dell’intelligenza artificiale, delle nanotecnologie, biotecnologie, cloud computing ecc. Insomma, Industria 4.0 può essere un’arma a doppio taglio e fucilare alla schiena utilizzatori impreparati. L’industria, la distribuzione, i produttori di servizi, la fabbrica digitale, devono imparare a comunicare con il mercato attraverso un sistema interattivo efficace. Dietro questo panorama tanto variegato e spietato si nascondono insidie e incertezze, ma pure stimoli a lottare. Industria 4.0 crea un nuovo modello di economia e di mentalità sociale, una nuova superiore ed evoluta cultura. Concludo con una massima di Johann Wolfgang Goethe: “Molte cose possono essere state inventate e scoperte da gran tempo e non agiscono sul mondo; possono agire e non essere notate, agire e non giungere a esercitare un influsso generale”. Come dire: ogni storia delle invenzioni si dibatte fra i più strani enigmi. Tanto più Industria 4.0.

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