Opinione: bisogni 4.0

Enzo Guaglione

La quarta rivoluzione industriale mi richiama gli anni dell’emancipazione, dei primi benesseri, degli elettrodomestici, delle radioline e quant’altro, ma anche di una certa confusione costumistica. La massaia si compiace di cucinare: finalmente ha un forno ideale, la cucina che segue le sue istruzioni; il suo lavoro diventa un piacere un po’ esclusivo da godere con i beni che la tecnologia le mette a disposizione. In mezzo a tante comodità, a piccoli lussi e a molti problemi risolti, le novità erano una conquista civile. Dunque, nella società pre-industria 4.0 giganteggiavano i problemi e le necessità, ma scarseggiavano le soluzioni; tanto valeva cercare di migliorare il modo di vivere, mettendo sul mercato beni inventati a seguito di precise necessità. Oggi si sono invertite le strategie: prima s’inventa qualcosa poi si creano i bisogni, tant’è che il moderno marketing ha come obiettivo l’individuazione di nuove aree di necessità da integrare ai beni strumentali o di consumo ingegnosamente progettati. Accanto a Industria 4.0 si sviluppano pure bisogni 4.0.

Un aspetto radicale di Industria 4.0 è, dunque, l’impatto sulla scena “economica – sociale – consumistica” dei Paesi industrializzati. Questo nuovo approccio ha riportato in tempi brevi la manifattura al centro dell’attenzione delle istituzioni e degli attori economici con effetto dirompente; il nostro Governo ha dotato il Paese del Piano Industria 4.0 e in particolare della Misura di Iper-ammortamento al 250%, per sostenere gli investimenti in nuove tecnologie e innovazione, indispensabili per favorire la competitività delle imprese. E ciò non è cosa da poco, se si pensiamo che probabilmente i nostri politici non sappiano nemmeno cos’è una macchina utensile o uno stampo. A proposito di stampi, tutto ciò alimenta il progresso socioeconomico e il bisogno di beni di consumo, il che significa consumo pure di stampi.

Tuttavia, Industria 4.0, Bisogni 4.0 e dintorni generano un po’ di timori; non si tratta della vecchia paura del nuovo, di una sorta di diffidenza momentanea, bensì di un generico stato di panico legato all’irruzione di fattori misteriosi nel mondo del lavoro, e della quotidianità. So bene che nessuno può mettere in dubbio la credibilità del progresso tecnologico, ma una certa indipendenza dello stesso dalle reali necessità del mondo in cui viviamo crea qualche disagio. Ma non si può fermare il progresso, il quale oggi impone una graduale digitalizzazione delle imprese; ciò significa realizzare prodotti intelligenti, quelli definiti “smart product”, ovvero prodotti e servizi supportati da tecnologie informatiche, cioè “smart manufacturing”.

Il manifatturiero italiano è riconosciuto nel mondo per la qualità e la forte personalizzazione e a questo privilegio non si sottrae l’industria stampistica. Dunque, dobbiamo puntare a un’industria manifatturiera digitalizzata, per un design avanzato, ove resti centrale la persona, adeguatamente formata e aggiornata. In alcuni settori, ad esempio quello delle macchine utensili e degli stampi, c’è già tanta tecnologia innovativa, riconducibile a Industria 4.0, e qui siamo al vero nocciolo della questione: è più difficile affrontare con serenità la ricerca di nuovi bisogni, avendo già a disposizione i mezzi per soddisfarli. Una cosa è certa: in questa realtà che dà più importanza alla ricerca che non ai bisogni, dove le priorità sono i nuovi prodotti, si gioca una grande partita; i timori vengono dal fatto che si parla di fabbrica digitale, ma forse in fondo non si sa ancora bene che cosa meriti di essere digitalizzato.

 

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