Le quattro “P” di Industria 4.0

Enzo Guaglione

Un detto popolare afferma che “La farina del diavolo va in crusca”. Cosa vuol dire? Tutto ciò che è ottenuto con disonestà alla fine si ritorcerà contro chi se lo è procurato. Noi, con qualche lustro sulle spalle, che non abbiamo avuto l’occasione di crescere con “il sedere nel burro”, tifiamo per quei soldi frutto di fatica e lavoro. Ebbene, se il profitto non è farina del diavolo ma misura dell’efficienza, se questa verità comincia, come pare, a diffondersi tra i fautori di Industria 4.0, la propensione per investire in capitale di rischio è destinata a crescere. E gli stampisti lo sanno bene perché l’efficienza è il loro cavallo di battaglia. Ma cosa vuol dire efficienza, parola che ormai è sulla bocca di tutti? A me piace sintetizzarla in quattro “P”: Prezzo, Prestazioni, Produttività, Profitto. Il che significa che se qualche anno fa le trattative fra fornitore e cliente partivano con “Se avete questa prestazione possiamo metterci d’accordo sul prezzo ragionevole” oggi molte trattative sono impostate così: “Solo se avete questo prezzo possiamo parlare di prestazioni”.

Ancora una volta la rivoluzione industriale – siamo alla quarta – porta avanti l’innovazione, ma ora agisce pure come punta di diamante per una produzione efficiente, tale da poter offrire al cliente Prezzo, Prestazioni, Produttività e Profitto; se questa propensione non sarà penalizzata da una quarta “P” a tutti i costi, allora anche la nostra industria meccanica conoscerà le salutari asprezze di una produzione moderna e non priva di ispirazione etica e vocazione responsabilizzata, come vuole Industria 4.0. Per un vero manager 4.0 lo scopo è adempiere nel modo più efficiente alla missione della sua azienda ed essere ricambiato dal mercato con acquisti dei prodotti e/o servizi a un prezzo concorrenziale, in funzione dei benefici offerti; la differenza tra ricavi e costi è il valore aggiunto dal quale scaturisce il profitto sia del fornitore sia del cliente. Per la proprietà transitiva possiamo affermare che i prodotti con benefici generano profitto e Dio sa quanto questo sia vero per gli stampi. Perbacco! I soldi “puliti” fanno davvero miracoli, rendono felici clienti e fornitori, fanno investire, abbelliscono l’immagine dell’azienda, stimolano l’efficienza, fanno accettare il cambiamento e quant’altro? Certo, la farina di Industria 4.0 non può permettersi di andare in crusca.

Capisco che la parola profitto nella nostra cultura cattolico-marxista sembra un concetto sinistro, immorale, mentre la vera questione morale sull’utile sta nella sua distribuzione e sui metodi per ottenerlo; ciò che è fatale oggi più che mai è un profitto risultante dagli obiettivi di ogni impresa, cioè offrire prezzo giusto, prestazioni, produttività per poi, dulcis in fundo, investire. Ma perché racconto i doveri di un’Industria 4.0 seria e responsabile? Forse mi sono venuti in mente osservando il fiducioso abbandono degli stampisti al progresso tecnologico, i loro atteggiamenti riflessivi di fronte al cambiamento, la preoccupazione naturale con cui le piccole imprese come le attrezzerie nel nostro Paese conducono la loro missione. Ma qual è questa missione? È il profitto? E il profitto è morale? Certo che lo è: missione, profitto e investimenti sono tre valori fondamentali di tutte le imprese. Imprenditori e maestranze devono essere coscienti dell’equazione Ricavo meno Spesa uguale Profitto. La visione magica del profitto stesso sta nei benefici: se questi ultimi sono elevati e i costi ben controllati grazie all’efficienza e al know how tecnico/informatico, anche il valore aggiunto, definizione nobile del profitto, sarà alto.

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