Le nanoparticelle magnetiche per un’immunoterapia efficace

blurred figures wearing medical uniforms in hospital surgery corridor

Da anni, l’immunoterapia è oggetto di studio da parte dei ricercatori e oggi gli scienziati della Johns Hopkins propongono un dispositivo composto da una colonna magnetica accoppiata con nano particelle magnetiche su misura che potrebbe essere la chiave di volta per un utilizzo clinico più diffuso e di successo dell’immunoterapia.

Il team di scienziati si è concentrato sulla formazione e la rapida moltiplicazione dei globuli bianchi del sistema immunitario, note come cellule T, perché la sfida stava proprio nell’istruire queste cellule abbastanza efficientemente e in grado di dividersi piuttosto velocemente per poter essere utilizzate come base di una terapia per malati di cancro.

Nel tentativo di semplificare e snellire le terapie cellulari del sistema immunitario si è ricorso a globuli bianchi artificiali (aAPCs) in grado di attivare il sistema immunitario e attaccare le cellule tumorali.

Per fare questo è necessario che gli aAPCs interagiscano con le cellule T naïve già presenti nel corpo umano in attesa di istruzioni sull’intruso specifico da individuare e combattere. Uno studio precedente aveva rivelato che le cellule T naive venivano attivate più efficacemente se più aAPCs legati a diversi recettori sulle cellule, venivano esposte a un campo magnetico.

Il campo magnetico attiva le cellule T che vengono poi risciacquate in una cultura per poter crescere e dividersi. Dopo una settimana il numero di cellule T è cresciuto con una stima di circa 5.000 a 10.000 volte. Proprio perché queste cellule possono essere espanse abbastanza velocemente ai fini terapeutici, l’approccio potrebbe aprire le porte a trattamenti di immunoterapia individuali che dipendono dalle cellule proprie di un paziente.

I ricercatori credono che la tecnica funzioni anche con una miscela di molteplici antigeni fertili aAPC che potrebbero aiutare a combattere il problema dei tumori mutanti che eludono le difese del corpo. Mentre il team ha testato inizialmente il nuovo metodo solo sugli antigeni cancerogeni è possibile che questa metodologia funzioni potenzialmente anche per le terapie contro infezioni croniche come l’HIV.

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