Le materie plastiche: proprio non ne possiamo più fare a meno

Cluadio Giardini. Università di Bergamo Dipartimento di Ingegneria
Gestionale, dell’Informazione e della Produzione

Ma dove vengono impiegate maggiormente? I tre maggiori settori nei quali viene impiegata la plastica sono l’imballaggio (con il quale ognuno di noi fa i conti tutti i giorni e che rappresenta la stragrande maggioranza dei rifiuti plastici presenti in discarica), i componenti delle autovetture e il “building & construction”. Ciascuno di questi settori ha le proprie esigenze in termini di caratteristiche dei prodotti privilegiando, di volta in volta, gli aspetti estetici, quelli resistenziali, quelli relativi alla composizione chimica, quelli relativi all’invecchiamento. Ma tutti questi settori, insieme a quelli, ad esempio, degli elettrodomestici, dei dispositivi usa e getta eccetera, hanno una esigenza comune che è quella di sfruttare al meglio la materia prima cercando soluzioni che permettano di riciclare il materiale o di partire direttamente da materiale riciclato.

Da più parti, inoltre, si legge dell’obiettivo fissato a livello europeo di “zero plastiche in discarica per il 2020”. Il sistema di raccolta e recupero dei rifiuti dovrebbe permettere di incrementare sempre di più questo approccio virtuoso, ma anche a livello di produzione si può fare molto a livello di ammodernamento degli impianti e di impiego di sistemi di compounding, cioè ai miscelatori di polimeri. Le cose cambiano da materiale a materiale. Per il , ad esempio, è possibile puntare a un riciclo totale dei prodotti se si agisce in modo opportuno sul fine vita dei prodotti. Ma l’impatto ambientale si può ridurre notevolmente anche nella produzione e nell’utilizzo dei prodotti, ad esempio studiando prodotti di massa minore in grado di consumare meno plastica (si pensi, molto semplicemente, allo spessore delle bottiglie di plastica o alla drastica riduzione delle dimensioni dei loro tappi). Molti componenti sono inoltre riciclabili con sistemi meccanici, ma occorre fare i conti con gli aspetti economici e col fatto che anche riciclare consuma, in realtà, energia. Per poter essere riciclati, quindi, i prodotti vanno pensati secondo questa logica fin dalla loro progettazione. È inutile avere una legge che impone la raccolta differenziata se il prodotto non si presta a tale attività e l’utente finale deve impazzire per poterla realizzare. Basta pensare a quante volte accade che è di fatto necessario “smontare” un prodotto per poter essere riciclato, cosa non sempre semplice.

Occorre infatti rendersi conto che “mescolare” differenti tipi di polimeri rende più difficile un loro reimpiego (abbiamo 7 tipi differenti di plastica smaltibile: PET, HDPE, PVC, LDPE, PP, PS e altri). Diventa pertanto necessario separare i componenti in plastica secondo la loro composizione, oppure prevedere prodotti nei quali si usi il minor numero possibile di materiali differenti cercando di impiegare, in ogni caso, materiali facilmente separabili dalle plastiche e comunque plastiche tra di loro compatibili in modo da permetterne la solubilità una volta fuse. Non tutti i materiali plastici sono facilmente riciclabili: ad esempio le plastiche termoindurenti, la gomma, i materiali compositi a base di plastiche. Un concetto importantissimo per raggiungere gli obiettivi appena detti è quello relativo al LCA, Life Cycle Assessment, ovvero la valutazione del ciclo di vita di un prodotto. Il metodo di analisi associato a questo concetto valuta le interazioni che un prodotto ha con l’ambiente durante tutto il suo ciclo di vita: dalla estrazione/produzione della materia prima, alla trasformazione, alla produzione, alla distribuzione, all’uso fino allo smaltimento finale. In questo ambito sono di riferimento le norme ISO 14040 “Gestione ambientale, Valutazione del ciclo di vita, Principi e quadro di riferimento” e ISO 14044 “Valutazione del ciclo di vita , Definizione e Linee guida” che aiutano a definire nuove linee strategiche nello sviluppo dei nuovi prodotti.

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