La diversità come valore di impresa

I più recenti dati di Istma, la tooling & machining association che riunisce gli stampisti a livello mondiale, sono aggiornati solamente al 2014 ma permettono ugualmente di mettere a fuoco la tendenza alla crescita che caratterizza le imprese italiane del settore. Li ha presentati nel corso della tradizionale assise Stampi &Co. il direttore generale della sigla nazionale di categoria (Ucisap) Giovanni Corti. Il valore della produzione nel comparto Plastica e gomma è arrivato a 1,273 miliardi di euro segnando il suo picco nel 2013 per stabilizzarsi poi l’anno successivo.

Giovanni Corti, direttore di Ucisap, ha
illustrato i più recenti dati di Istma, la tooling & machining association che riunisce gli stampisti a livello mondiale.

Le esportazioni rappresentano il 59% di questa quota, per 752 milioni e viaggiano per lo più verso Paesi dall’elevato valore aggiunto industriale e dalla forte competitività. In più, i bassi tassi di import (21% della produzione per 268 milioni) fanno sì che l’Italia appaia da questo punto di vista pressoché autosufficiente. Pur con cifre più basse l’andamento della lamiera non è dissimile. L’export è valso qui 325 milioni di euro, cioè il 43% dell’output; e le importazioni hanno inciso per 128 milioni (15,8%). Spinto perciò da un valore complessivo delle produzioni di 2,262 miliardi lo stampo italiano resta un protagonista su scala globale. Questo non significa tuttavia che non si debba o non si possa migliorare: comunicando più efficacemente l’abilità delle nostre aziende e creando maggiore efficienza; investendo in persone e tecnologie. Ovvero, facendo sì che le nostre Pmi possano divenire «grandi dentro».

L’edizione 2016 del congresso Stampi & Co. svoltasi nel cuore della Franciacorta ha riscosso un buon successo di pubblico.

Partecipare al mercato senza subirlo
Tema del convegno svoltosi nel cuore della Franciacorta era il dovere di essere Forti e competitivi considerando la diversità, come da sottotitolo, un valore d’impresa. Non risiede quindi nelle dimensioni l’eccellenza della manifattura tricolore, perché «la grandezza non è nel nostro Dna», secondo l’affermazione del presidente di Ucisap, Lino Pastore. Se piccolo può ancora essere sinonimo di bello, cionondimeno un cambiamento di rotta è auspicabile. «L’impresa forte e l’automazione sono temi caldi», ha detto Pastore anticipando uno dei leitmotiv dell’appuntamento bresciano e però rammentando come alcune delle mosse più strategiche per consolidare la posizione degli stampisti siano state sin qui trascurate.

“L’eccellenza della manifattura tricolore, non risiede nelle dimensioni – ha affermato Lino Pastore, presidente di Ucisap – perché la grandezza non è nel nostro Dna.”

I soliti sospetti che minano alla base le possibilità di una ulteriore ascesa sono l’incapacità di ottenere una superiore massa critica ricorrendo allo strumento dei contratti di rete, in primis. Poi, la riluttanza di molti imprenditori a delegare una parte delle attività, fra le quali i processi decisionali; e a «uscire dai cancelli delle attrezzerie per cogliere gli stimoli e le opportunità in arrivo dall’esterno». Quanto agli investimenti, sono essenziali quelli in tecnologia e ancor più sull’automazione, ma realmente decisivo è quello che riguarda le risorse umane competenti. Come si è appreso anche dalla tavola rotonda il nodo della formazione resta tuttora da sciogliere e ciononostante per Pastore «si deve riuscire a portare le professionalità-chiave all’interno delle officine, magari collaborando con consorzi e società specializzate o reti. Con l’obiettivo di non limitarsi a subire i cambiamenti del mercato, bensì prendendovi parte».

Pure alla luce della perdita di slancio del boom cinese, il professor Giulio Sapelli dell’università Degli Studi di Milano ha indicato nell’Africa il prossimo fenomeno dell’economia mondiale, dati i suoi tassi di crescita vicini al 10% annuo.

La nostra Africa
Autore fra gli altri del volume Elogio della piccola impresa il professor Giulio Sapelli dell’università Degli Studi di Milano ha proposto alla platea un excursus su globalizzazione e grandi crisi mondiali mettendo l’accento su un cambiamento difficile da cavalcare. Crisi demografiche e rallentamento degli interscambi commerciali sono da sempre all’origine dei più pericolosi fenomeni ed eventi geopolitici della storia; entrambi sono attualmente in corso. Langue il panorama dei trasporti marittimi e il mondo si ritrova senza la tradizionale guida offerta dopo la seconda guerra mondiale dagli Stati Uniti, in fase di ripiegamento. Il boom delle tecnologie informatiche può avere un senso quando serve il business della meccatronica e concorre a un incremento della produttività che, altrimenti, non può generare. Pure alla luce della perdita di slancio del boom cinese Sapelli ha indicato nell’Africa il prossimo fenomeno dell’economia mondiale, dati i suoi tassi di crescita vicini al 10% annuo. E date naturalmente le enormi risorse delle regioni subsahariane già presidiate strategicamente da Francia e Cina. Per il momento, sul piano internazionale, si assiste però alle conseguenze dell’eccessiva finanziarizzazione, cui fa da contraltare il rarefarsi della raffinazione petrolifera, dell’attività siderurgica, dell’impiantistica. L’Europa, per la quale il dialogo con Russia e Usa è essenziale («Non c’è alternativa alla sigla del Ttip», ha detto Sapelli) non è soltanto alle prese con la voglia di fuga di alcuni Stati membri. Ma anche con il rigorismo tedesco in materia di debito pubblico nonché con i conti e la familiarità con gli asset tossici del colosso Deutsche Bank. «Il percorso seguito per arrivare all’euro», ha riflettuto il docente, «è stato colmo di errori e ha aperto la strada alla deflazione della quale Berlino è esportatrice di primo piano. Un’uscita dalla moneta unica sarebbe però causa di un’inflazione da record; di svalutazioni competitive e di forme di nazionalismo economico. Perdere la calma non serve e dai tedeschi si può per esempio apprendere la disciplina sociale, valorizzandola presso le nostre Pmi. Premendo al contempo per la modifica delle politiche economiche Ue e per un riavvicinamento agli Usa».

Per il professor Paolo Preti, della Bocconi, la grande stazza è sovente sinonimo, in ambito economico e industriale, di omologazione e standard. Diversità e unicità sono invece i denominatori comuni del made in Italy.

Diverso è bello
Opinione di Sapelli è che sia la cultura a dare forma all’economia e che troppo spesso in questi decenni si sia invece proceduto in senso inverso. Paolo Preti, della Bocconi, si è detto d’accordo ricordando il ruolo educativo e non di mero supporto economico che gli imprenditori italiani si sono sempre assunti nei riguardi di dipendenti e famiglie. L’intervento di Preti è servito però anche a inquadrare positivamente una delle peculiarità tipiche della nostra industria: la diversità. Patria della pizza e terra d’elezione del caffè, l’Italia non ha dato vita a Pizza Hut; né a Starbucks. Tuttavia nei suoi bar e nelle sue pizzerie si possono gustare ogni volta prodotti diversi per preparazione e tipologia degli ingredienti. Per Preti la grande stazza è sovente sinonimo, in ambito economico e industriale, di omologazione e standard. Diversità e unicità sono invece i denominatori comuni del made in Italy diffuso nel mondo da generazioni di imprenditori individualisti refrattari alle regole, col risultato che «possiamo sognare un Paese popolato di tanti colossi come Fiat»; ma la verità è un’altra. E cioè che l’Italia esporta più Ferrari che non modelli Fca. Lungi dall’essere fatti con lo stampo gli stampisti sono esempio della ricchezza insita nella diversità, che tocca gli aspetti della produzione insieme a quelli delle relazioni commerciali, della progettazione e del collaudo. Sia che si scelga di gestire queste attività in modo indipendente e sia che si collabori al contrario con strutture esterne che col tempo diventano partner, quel che conta al di là dei pro e contro è «l’aderenza a una logica, nel segno della differenziazione». Se per essere forti e competitivi l’organizzazione è importante, «più importante è la strategia. Il cosa si fa e perché è più importante del come» e sotto tale riguardo «è l’imprenditore a far la differenza» con il suo ruolo di guida e le sue «idee chiare» per condurre l’azienda fra i marosi della crisi.

Presente a Stampi & Co. con l’amministratore delegato delle sedi italiane Diego Spini, nella foto, e con il managing director sales Jürgen Groß il colosso delle macchine utensili DMG MORI ha posto un marcato accento sull’automazione dei processi nel transito verso il modello Industry 4.0.

DMG MORI: verso il modello Industry 4.0.
Presente a Stampi & Co. con l’amministratore delegato delle sedi italiane Diego Spini e con il managing director sales Jürgen Groß il colosso delle macchine utensili DMG MORI ha posto un marcato accento sull’automazione dei processi nel transito verso il modello Industry 4.0. Per l’azienda nella quale la componente nipponica ha oggi acquisito quote maggioritarie gli stampisti «sono coloro che spingono i costruttori a ideare soluzioni sempre nuove» trainando così un consumo di machinery del valore globale di quasi 70 miliardi di euro. Non solo. Lo stampo è anche il «termometro di quel che accadrà sul medio-breve periodo nei settori-chiave». Ovvero l’immancabile automotive; l’aerospace; il medicale, che le tecnologie del gruppo possono indifferentemente servire. Per gestire al meglio l’approdo alla fabbrica intelligente con il suo necessario contorno di analisi dei big data DMG MORI ha attivato una partnership con Microsoft e nello stesso tempo ha provveduto a identificare i suoi focus interni. Sono la già citata quarta rivoluzione industriale; la manifattura additiva; l’automazione dei processi e dello stampaggio; l’innovazione di prodotto. Centrali per concretizzare il sogno della smart factory sono le app della piattaforma CELOS®. Compatibili con i sistemi di pianificazione della produzione (Pps) e i gestionali nonché collegabile ai software di progettazione, le applicazioni CELOS® offrono visibilità a 360 gradi sui dati di macchina, processo, ordine. Interfacciano le officine con le restanti strutture aziendali e sono il presupposto per una lavorazione interamente digitalizzata; laddove la digitalizzazione è l’anima dell’Industria 4.0.

Automazione a 360 gradi
Mentre sull’additive manufacturing DMG MORI agisce soprattutto grazie a Lasertec 3D, tecnologia per macchine in combinata dedite anche a tornitura e fresatura, più articolata è la strategia sull’automazione, cruciale in fase di rarefazione della manodopera specializzata. Nella vision di Groß la gestione dei pezzi e quella dei pallet incidono per il 95% sulle operazioni di un’attrezzeria e per automatizzarle si impone preliminarmente una analisi dei flussi di lavoro delle attrezzature, così da definire processi e macchine adatte al fabbisogno. Tenendo conto che, specie in sede di caricamento e scarico dei pallet, flessibilità e semplicità sono dettagli essenziali, l’azienda esamina con cura e sulla base di una minuziosa check list i requisiti e le caratteristiche dei clienti prima di suggerire loro soluzioni mirate. E propone loro, fra le altre, macchine utensili automatizzate con controllo integrato del cambio pallet e in grado di segnalare autonomamente la necessità di un nuovo caricamento/scaricamento. Trasporto dei pezzi e movimentazione degli utensili sono i due volti dell’automazione in fabbrica e da essi dipendono i progressi che ogni impianto può compiere in tale ambito. «L’obiettivo», ha concluso Groß evidenziando l’importanza di poter disporre di strumenti intuitivi, «è automatizzare macchine in tutto e per tutto simili a quelle prive di automazione».

Claudio Giardini, docente di Tecnologie e Sistemi di Lavorazione presso l’Università degli Studi di Bergamo e direttore tecnico di Stampi.

Il futuro è cyber-fisico
Claudio Giardini, docente di Tecnologie e Sistemi di Lavorazione presso l’Università degli Studi di Bergamo e direttore tecnico di Stampi, ha coinvolto la platea di Cortefranca in un excursus storico-scientifico sullo sviluppo dell’automazione dal mito ebraico del Golem ai giorni nostri. E si è soprattutto proiettato verso il futuro sostenendo che la tanto dibattuta quarta rivoluzione industriale sarà battezzata dall’avvento di sistemi cyber-fisici capaci di apprendimento, in grado di auto-correggersi e ancor più di imparare dai loro errori. Si apre a questo punto il dibattito fra gli apocalittici che paventano la riduzione delle opportunità di lavoro per gli umani a favore delle macchine, e i più ottimisti Questi ultimi sono convinti che per cavalcare l’onda dell’innovazione basterà coltivare una nuova generazione di operatori 4.0. Nell’attesa che i professionisti della progettazione e della costruzione di stampi possano «reinventarsi» la certezza è che il mondo nuovo della cibernetica applicata alla manifattura garantirà «maggiore accuratezza delle produzioni e dei processi e la riduzione dei costi». Ancora, «si assisterà a un taglio netto dei tempi di lavorazione, a una diminuzione del fabbisogno energetico e degli scarti; gli ambienti di lavoro diverranno più sicuri e cresceranno le potenzialità di auto-diagnostica e auto-riparazione delle macchine». Al futuro del manufacturing Giardini ha lavorato nel suo Ateneo in collaborazione con altri partner industriali e Centri di Ricerca nell’ambito del programma Industria 2015 denominato Michelangelo. Il progetto si è occupato della «realizzazione di sistemi cognitivi artificiali suscettibili di valutazione e apprendimento» il cui cuore è lo Evaluation & perception controller o Epc, un po’ come quanto è presente su alcuni veicoli senza guidatore e nella robotica, con l’idea di trasferirlo alle macchine utensili. I programmi, la parte hardware di sensoristica e calcolo, i controlli numerici e un database di possibili azioni sono gli altri cardini di questa architettura. «Va aggiunta», ha concluso Giardini, «la capacità per le macchine di dialogare con l’esterno e da questo punto di vista lo Internet delle cose o Internet of things (Iot) sta già svolgendo un compito essenziale per la condivisione e lo scambio delle informazioni».

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