Comunicare / “Consapevolezza e trasparenza per ribaltare la congiuntura”

Imprenditrice e docente universitaria, Sissi Peloso unisce due esperienze essenziali per trasmettere ai suoi allievi dell’executive master in Relazioni pubbliche d’impresa alla Iulm di Milano le competenze per consentire alle Pmi un salto di qualità nella comunicazione. Per sua esperienza incontra, oltre agli studenti, anche moltissime Pmi, come comunicano?
Occorre distinguere tra piccole imprese e imprese piccole. Nel senso che alcune, pur di ridotte dimensioni, hanno una forma mentis che nulla ha da invidiare a realtà più strutturate. Hanno magari poche risorse ma sanno comunicare con lungimiranza, quindi non si può fare un discorso univoco.

Per quelle ditte che questa vision non l’hanno che cosa consiglia?
Bisogna farle riflettere sulla loro identità di impresa, sulle potenzialità che gli imprenditori non considerano. Spesso sono grandi innovatori, ma non hanno una visione complessiva di quanto hanno costruito: per esempio non considerano che anche le specificità dei vari reparti interni aziendali sono una potenzialità da comunicare all’esterno perché fa crescere la credibilità dell’azienda.
Altri errori ricorrenti degli imprenditori?
La tendenza a fare tutto da soli. A non coinvolgere i dipendenti in questo processo di condivisione e comunicazione. I dirigenti debbono capire che l’identità di un gruppo non è solo il prodotto innovativo che realizza o il fatturato che contabilizza, ma che tutta la sua struttura concorre alla formazione del brand, e che se gli stessi dipendenti sono motivati in questo processo ne scaturisce, oltre a una maggiore produttività, anche un’immagine più positiva capace di tradursi, in prospettiva, in maggiori successi di mercato.
Uno per tutti, tutti per uno insomma… E poi?
Dopo ci sono altri aspetti che molti di loro non considerano in quella che deve diventare una comunicazione globale: per esempio il concetto di sostenibilità. In Italia è un valore un po’ trascurato ma all’estero è tra i primi fattori di valutazione di un’impresa. Se un’azienda rispetta standard di sicurezza, riduzione dell’impatto ambientale, protezione e valorizzazione dei dipendenti specie se – come succede oggi per molti operai – sono di etnie, lingue e nazionalità diverse, acquista sul mercato internazionale un valore aggiunto determinante per concludere contratti con partner stranieri.
Però sono spesso pionieri che dal nulla hanno creato un piccolo impero, vuole insegnare loro il mestiere?
Per niente. Se certi piccoli e medi imprenditori hanno raggiunto certi traguardi significa che, nel loro campo, ne sanno come nessun altro; ma oggi ci sono elementi, chiamiamoli best practise, che possono incrementare il loro successo, e che nel 2012, non possono più trascurare se vogliono continuare ad essere performanti. Trasparenza, correttezza, affidabilità sono aspetti che debbono valorizzare al massimo grado, sia nel business to consumer che nel business to business.
A proposito di 2012, presentarsi sui mercati mondiali come “italiani” non rappresenta una zavorra per tante imprese che, pur d’eccellenza, scontano l’handicap di provenire da uno stato che, mai come oggi, viene riconosciuto nell’Unione Europea, come il paese della corruzione per antonomasia?
È anche per questo che è importante saper comunicare bene e con efficacia la propria identità. All’estero nessuno dubita che gli italiani sappiano fare bene i loro prodotti, le remore emergono piuttosto sul piano dell’affidabilità. E una buona comunicazione serve anche a far capire che i codici etici e il valore sociale della propria impresa vanno oltre quelli del paese da cui si proviene. Perché prima della notorietà serve far comprendere la propria reputazione.
E qui eccoci al claim della nostra inchiesta: con quali mezzi comunicare? Meglio la new o la tradizional communication?

Il web rappresenta una grande risorsa perché consente di raggiungere tutti, anche settori di nicchia prima difficile da individuare. Inoltre permette di segmentare la propria strategia di comunicazione in base agli interlocutori e, non ultimo, consente un rapporto one-to-one, continuo e interattivo con i propri partner commerciali. Dunque credo che le potenzialità del web siano oggi un’arma in più. A patto però di saperla usare bene, cosa su cui le Pmi sono in genere un po’ in ritardo. Ma a prescindere dal fatto che si abbia a che fare con content provider o con giornalisti della stampa, l’essenziale è non solo la capacità di comunicare dati e trend di settore, ma l’abilità di creare una cultura aziendale attorno alla propria impresa, che va veicolata in tutta le sue potenzialità.

 

 

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