Il piano Industria 4.0 procede

Claudio Giardini. Università di Bergamo Dipartimento di Ingegneria Gestionale, dell’Informazione e della Produzione

Non sempre quello che ci viene proposto come novità rivoluzionaria di fatto lo è. Se pensiamo, ad esempio, all’invenzione del motore a scoppio o del computer o del telefono cellulare non possiamo che concordare che, a valle di questi, il modo di muoversi o di lavorare o di comunicare siano stati davvero rivoluzionati. In altri casi, anziché di invenzioni, si parla di innovazioni: ci sono cose che già esistono, ma cambia il modo in cui vengono usate o interfacciate tra di loro o gestite.

In questi casi cambiano le loro potenzialità ed il loro impiego, magari fino a poco prima limitato ad alcuni campi o settori, vengono ampliati a settori affini o addirittura diversi con grosso vantaggio.

Industria 4.0, di cui tanto si parla, rientra, secondo me, in questo ambito: non si tratta tanto di “inventare” apparecchiature nuove prima non disponibili (come è stato nella prima rivoluzione industriale con l’invenzione della macchina a vapore) ma di cambiare il modo in cui si fanno le cose.

Con Industria 4.0 si identificano, infatti, quegli interventi definiti di “connessione tra sistemi fisici e digitali, analisi complesse attraverso big-data e adattamenti real time” che dovrebbero portare alla realizzazione di sistemi di produzione con “macchine intelligenti, interconnesse e collegate ad internet”.

Per ottenere questi risultati il Ministero, nel suo “Piano nazionale Industria 4.0”, ha già di fatto identificato quelle che sono definite “tecnologie abilitanti”, ovvero quelle 9 tecnologie che, opportunamente utilizzate, permettono di ottenere questo salto di qualità delle macchine di produzione.

Come sempre sono portato ad essere contrario alle “mode” quando non vengono finalizzate: intendo dire che è inutile sviluppare qualcosa o fare investimenti se non si ha un obiettivo da raggiungere. I progetti di miglioramento devono sempre essere con tempi e risorse limitati, con chiara identificazione delle responsabilità, con definizione degli obiettivi da raggiungere e con opportuni indicatori che permettano di misurare il sistema prima e dopo il miglioramento con lo scopo di renderne oggettivo l’effettivo impatto sul sistema.

Anche in questo caso non può che essere così: anche se il piano Calenda promette, grazie agli investimenti immaginati, interessanti opportunità per le aziende grazie alle particolari forme di ammortamento, il tutto ha senso solo se si intende davvero effettuare investimenti per ottenere effettivi cambi di passo e non per semplice adattamento alla moda corrente.

Anche la scelta di non procedere più tramite bandi di finanziamento della ricerca ma piuttosto di introdurre incentivi fiscali, è una grossa novità insieme a quella di voler creare sette competence center universitari già predeterminati tagliando fuori gli altri. I fondi sono un po’ ridotti rispetto a quelli previsti all’annuncio, ma tant’è.

In pratica il Ministero non scommette su un settore o su un argomento o sulle classiche cordate degli anni passati, ma lascia che siano le imprese a decidere se e come partecipare a questo piano, di fatto quasi completamente finanziario, con i loro investimenti purché fatti in quello che è l’ambito Industria 4.0. Questo può essere visto in senso positivo, ma ha, a mio giudizio, anche alcuni limiti che sono il non funzionare da “faro” per le imprese (non dimentichiamo che quelle più piccole non hanno grandi possibilità di fare “ricerca & sviluppo” ed il rischio di riconoscere loro sgravi fiscali per acquisti di beni e non per sviluppare qualcosa di nuovo può portare a consolidare l’idea che tutti i problemi si risolvono solo con miglioramenti tecnologici) e il non fornire, quindi, una politica industriale a livello di Paese.

Rinnovare il parco macchine non basta: occorre acquisire la giusta conoscenza e competenza e formare le persone che lavorano su quelle macchine. Il rischio, inoltre, è che ci si muova in ordine troppo sparso con poca visione verso il futuro e che il tutto sia più una risposta alla considerazione (vera, peraltro) che siamo in ritardo rispetto agli altri, piuttosto che un piano di grande visione strategica che.

Anche senza voler dirigere il gioco “dall’alto” imponendo temi e ambiti (alcuni anche fin troppo scontati ed inflazionati) si può sempre cercare di aiutare le imprese fornendo loro un adeguato supporto alla crescita “accompagnandole”, come ha detto qualcuno, verso il futuro. Speriamo di farcela.

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