Galleria Mellonella l’insetto che si nutre di plastica

La scoperta questa volta è tutta italiana. Non molto tempo fa la ricercatrice Federica Bertocchini, impiegata presso l’Istituto di biomedicina e biotecnologia della Cantabria in Spagna ed apicultrice amatoriale, si è resa conto che, mentre stava ripulendo le arnie dai parassiti, la plastica dei sacchetti che le contenevano si stava degradando, riempiendosi di piccolissimi buchi. Da qui la scoperta, confermata anche dai test all’Università di Cambridge.

La Galleria Mellonella, più comunemente nota come camola del miele tarma della cera maggiore, non solo è capace di ingerire la plastica. E’ addirittura in grado di degradarla trasformando chimicamente il polietilene in glicol etilenico.

Facciamo la conoscenza della tarma della cera maggiore
Si tratta di un lepidottero che allo stadio larvale raggiunge la lunghezza massima di 3 cm. Altro nome comune è camola del miele per via della sua abitudine di nutrirsi di tale sostanza; ciò la rende una vera prelibatezza per tutti gli animali che si nutrono di insetti. Molti pescatori la conosceranno in quanto è una delle esche più apprezzate da numerose specie ittiche; gli apicultori invece la considerano una specie infestante tanto che sono costantemente alla ricerca di metodi per allontanarla dalle arnie vista la sua resistenza anche ai climi rigidi.

Tarma della cera all’opera nella degradazione della plastica

Camola del miele ed ecologia, potenzialità e rischi
Il problema dell’inquinamento causato dalle materie plastiche è serio; avere a disposizione un insetto capace di dare un contributo in questa lotta può sicuramente fare comodo. I ricercatori hanno osservato la capacità di 100 larve di digerire un sacchetto di plastica di 92 milligrammi in 12 ore; anche se ciò può non sembrare esaltante è sicuramente un tempo inferiore rispetto alle decine di anni necessarie per lo smaltimento in natura.

Le prestazioni della camola del miele sono superiori anche al batterio, scoperto dai ricercatori giapponesi, che riesce a traformare il PET in acido tereftalico e glicolene etilenico; a tali batteri sono necessarie 6 settimane per degradare un pezzo di PET grande come un pollice.

Ma non è tutto oro ciò che luccica; i problemi in questo caso sono principalmente due: la digestione della plastica da parte della Galleria mellonella non è un procedimento veloce, per avere un contributo consistente sarebbe necessario impiegare migliaia di lepidotteri. Da qui il secondo problema: quando l’uomo ha cercato di pilotare l’ecosistema favorendo alcune specie animali i precedenti non sono brillanti. Basti pensare a quanto successo nel Queensland in Austalia con l’introduzione dei “rospi della canna” per controllare i parassiti; il tentativo ebbe esiti disastrosi sull’ecosistema australiano portando ingenti danni alle specie autoctone.

Parola d’ordine: cautela ma speranza
Anche se è ovvio che questa scoperta non è la soluzione definitiva al problema dell’inquinamento della plastica siamo tutti consci che questa non è una questione che va sottovalutata.

Sappiamo che la Galleria Mellonella non svolge la sua opera ecologica in tempi del tutto soddisfacenti; tuttavia ogni passo ed ogni scoperta che tenta di individuare rimedi al problema dell’inquinamento della plastica deve essere considerata un successo. Alla ricerca e al progresso tecnologico il compito di trovare il modo migliore per sfruttare gli ultimi ritrovati.

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