Esportare in tempo di crisi

Grande è la confusione sotto il cielo dell’economia globale ma questo non significa affatto che la situazione sia ottima. Come ha spiegato il vice presidente della fondazione Edison professor Marco Fortis al più recente appuntamento di Anima (Quale export per il 2017) le incognite che gravano sui mercati internazionali sono molte e tutte piuttosto preoccupanti. Dinanzi alla platea della Federazione delle associazioni nazionali dell’industria meccanica varia e affine l’editorialista e docente ha ricordato i timori che la Brexit suscita in una visione di lungo periodo; e si è chiesto quanto possa durare la luna di miele fra Trump e le Borse. Soprattutto però ha posto nel suo intervento un forte accento sulla Cina il cui Prodotto interno lordo seguita a crescere a tassi largamente inferiori (+6% circa) a quelli cui ci aveva abituati. Sospettata con buone ragioni di concorrenza sleale su una serie di prodotti di primaria importanza quali quelli della siderurgia, è penalizzata negli Stati Uniti da dazi approntati nel volgere di soli 45 giorni e sui quali l’Europa dibatte invece da tempo senza trovare soluzioni. Svanito anzitempo il sogno dei Bric – soffre la Russia gravata dalle incertezze degli energetici mentre il Brasile non ha saputo sin qui mantenere le sue promesse – è il commercio mondiale nel suo complesso a procedere a passi più lenti che non in passato. E su questo scenario Fortis resta convinto che l’Italia si stia comportando meglio di altri più blasonati rivali mostrandosi solida in particolare sul fronte delle esportazioni, l’autentico leitmotiv dell’evento di Anima.

Alberto Caprari, presidente di Anima.

Resistenti e vincenti
In un quadro che vede l’eurozona arrancare con una crescita dell’1,3% prevista per il periodo 2017-2018 e la Germania in procinto di progredire il prossimo anno solamente dell’1,3% il nostro Paese dà chiari segni di vitalità e positività. Le industrie aderenti alla Federazione ne sono esempio coi loro 44 miliardi di fatturato aggregato e una quota di export superiore al 60%, secondo quanto è stato ricordato dal presidente di Anima, Alberto Caprari in apertura. Più in generale le vendite all’estero sono aumentate del 7,4% ovvero a ritmi più sostenuti di quelli del Prodotto interno lordo (+1,6%); dei consumi (+3%) e della produzione industriale, che ha comunque messo a segno un significativo +2,3%. Il dopo-referendum è ancora tutto da analizzare ma al momento in cui Fortis presentava la sua relazione si pronosticava per il terzo trimestre di quest’anno la prima discesa del debito pubblico dai tempi dell’esecutivo di Prodi. In linea con quanto osservato nel volume The pillars of the Italian economy pubblicato in inglese dalla Fondazione Edison il relatore ha evidenziato come la Penisola possa vantare la quinta bilancia commerciale al mondo: il surplus è di 87 miliardi di dollari, energia esclusa. Si posiziona al secondo posto per la performance commerciale della meccanica, segmento che negli ultimi vent’anni ha contribuito fortemente all’economia nazionale in virtù di un surplus da 50 miliardi di dollari contro i 23 del 1995. Secondo Fortis sono 80 i prodotti meccanici per i quali il made in Italy è primatista assoluto e quel che più conta è che i loro bacini di sbocco sono le dieci nazioni a più elevato valore aggiunto e in più rapido sviluppo.

Il pubblico presente all’ultimo evento Anima.

I cavalieri che fecero l’impresa
Importante nel contesto della conferenza di Anima è stato l’intervento del responsabile delle strategie operative sul London metal exchange e sul Fx di Wings Michael Palatiello, che ha illustrato alcune delle strategie di copertura dai rischi valutari più efficaci per chi esporta. Specie in un momento in cui si approssima il rialzo dei tassi di interesse lungamente atteso negli Usa, in contrasto con le politiche di quantitative easing dominanti su entrambe le sponde dell’Atlantico negli ultimi anni. Chi ha saputo comunque trarre vantaggio dalla forte presenza sui panorami internazionali sono stati i partecipanti alla tavola rotonda che ha chiuso l’assise. È questo il caso del produttore padovano di bruciatori a gas Cib Unigas che a dispetto dell’altalenante andamento della Grande Madre ha saputo conquistarsi una posizione di primo piano in Russia. L’Orso vale oggi il 40% delle esportazioni per l’azienda che, come ha rammentato il suo amministratore delegato Filippo Pancolini, è passata in dieci anni da una quota export del 10% a un sontuoso 90%. Non mancano – a proposito di valute – i rischi dati dalla svalutazione del rublo; ma le competenze tricolori sono apprezzate e agevolate. Condizione indispensabile è che producano sul territorio e prima di stabilire in loco i suoi impianti di assemblaggio Cib Unigas ha maturato oltre venti anni di esperienza nel trading.

In assenza di un sistema
Anche il ramo di una multinazionale come Ge Italia che è intervenuta ad Anima con il presidente e amministratore delegato Sandro De Poli riconosce come la capillare presenza di competenze renda strategica la conservazione di poli produttivi nelle nostre regioni. Qui Ge genera prodotti per 7 miliardi e per l’80% destinati all’export, che per quel che riguarda il made in Italy in genere può essere trainata da strutture come Sace, una sicurezza sul credito. Una delle poche certezze istituzionali, verrebbe da dire, poiché alla tavola rotonda si è notato che per le imprese tedesche le missioni in compagnia di lobbysti e ministri sono consuetudine e per quelle italiane sono rarità. Anche se per Matteo Alessi, responsabile commerciale in capo per Stati Uniti e Italia dell’omonimo produttore di elementi e accessori di design, le incertezze stanno più nella testa dei consumatori che non nella realtà. Ed esportare non è solo necessario ma istruttivo. Consente di sperimentare nuovi canali e modelli distributivi, magari concedendosi la possibilità di sbagliare talvolta rotta, per poi correggerla e tornare a vincere. Certamente però i pionieri sanno di doversi esporre a dei rischi che la presenza di un sistema-Paese affidabile alle spalle potrebbe permettere di minimizzare. E lo sa bene Gennaro Pieralisi, presidente dell’omonimo gruppo costruttore del 75% delle macchine olearie attive nel globo. Perché le sue materie prime di riferimento – cioè le olive – crescono sovente in terre complicate e scosse da turbolenze geopolitiche o conflitti. Mille degli impianti Pieralisi installati in Siria sono stati letteralmente rubati negli ultimi anni e a 36 miliardi è ammontato il totale dei crediti bloccati in Grecia a causa anche delle misure di austerity imposte dal Fmi. Gli imprenditori stranieri sono visti sovente al fianco dei politici dei rispettivi Stati, è stato ribadito, e questo ai timonieri nostrani accade ben di rado. Eppure sarebbe forse l’unico tassello mancante per assicurare a una manifattura già eccellente delle ulteriori opportunità.

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here