Emirati Arabi Uniti: 5 buoni motivi per un business redditizio

Dalla loro costituzione del 1971 a oggi gli Emirati Arabi Uniti – Abu Dhabi, Ajman, Dubai, Fujaira, Ras al-Khaima, Sharja e Umm al-Qaywayn – hanno subito profondi cambiamenti a livello economico e geografico, sempre però guidati dalla risorsa prevalente, il petrolio.
Una linea di sviluppo importante per il Paese, ma altrettanto pericolosa. In tale ottica, negli ultimi anni gli Emirati (EAU) hanno perseguito una forte politica di diversificazione, riducendo il settore oil e puntando su commercio e servizi. In realtà, tutto ciò che ruota intorno all’oro nero è rimasto fondamentale per le entrate del Paese e, negli anni, il comparto delle materie plastiche si è ritagliato un ruolo considerevole, con la creazione di poli per la produzione di polimeri. Grazie alle forti differenze che esistono tra i diversi Emirati, gli imprenditori possono scegliere dove avviare il proprio business in relazione all’obiettivo: a Dubai si sviluppa l’80% del commercio estero (non oil) dell’intera Federazione, Abu Dhabi (il più esteso) esporta principalmente idrocarburi, mentre Sharjah – terzo per dimensioni – è un’interessante nuova realtà, meno lussuosa ma che piace a circa 200 piccole e medie imprese italiane già operative. Tutto questo, insieme alla forte richiesta di import (che non subisce controlli su quote e scambi, in un clima di semplificazione per ogni barriera commerciale) e ad altri interessanti motivi, rende oggi gli EAU un hub di scambio tra Oriente e Occidente, da dove partire e, nel caso, anche restare.

1 Un’economia dinamica
Sono oltre 600 le imprese italiane presenti negli EAU, operanti sul territorio con filiali o agenti locali. Grazie all’elevato reddito pro capite e alla ricchezza generata dall’attività petrolifera (stimata per almeno un altro centinaio di anni), gli Emirati rappresentano la realtà più dinamica della regione, protagonista di una crescita economica a doppia cifra fino al 2008, un rallentamento nel quinquennio a seguire, per ripartire nel 2013 con un tasso di crescita positivo, seppur moderato, in parte a causa anche del rallentamento della domanda mondiale e della stagnazione del mercato petrolifero. Ulteriori prospettive di crescita arriveranno da Dubai Expo 2020 e dai nuovi piani di sviluppo in fieri nel campo delle infrastrutture. Il prodotto interno lordo pro capite resta comunque tra i più alti al mondo (circa 67.000 dollari) e gli indicatori economici, grazie alle politiche di diversificazione – che hanno portato l’incidenza delle rendite petrolifere a un buon 25% sulla quota del PIL (dal 60% del 1980) – segnano sempre valori positivi. Nel 2016, con una crescita di 2,6 punti percentuali, il PIL (ppp) ha raggiunto i 667 miliardi di dollari (375 miliardi oer), il debito pubblico il 60% e l’inflazione circa il 3,4%. La bilancia dei pagamenti è in positivo, con 316 miliardi di export contro i 246 di import. Il debito estero ha sfiorato i 220 miliardi di dollari (+8% rispetto al 2015) e gli IDE in entrata +4,8% (lo stock è passato da 126 a 132 miliardi); in realtà il Paese è altrettanto operativo negli IDE in uscita (con +4,9% nel 2016, passato da 90 a 94,4 miliardi di dollari). A partire dal 2018, per supportare la diversificazione economica e riempire le casse di Stato, il Governo imporrà, per la prima volta, il pagamento dell’IVA al 5% (con eccezione di settori primari), anche secondo quanto più volte richiesto dal Fondo Monetario Internazionale. Nel 2016, sempre per perseguire nuove ricchezze migliorando la competitività del settore industriale, è stato varato il “Dubai Industrial Strategy Plan”, che ha come obiettivo la realizzazione di 75 iniziative, per un ricavo totale di 40 milioni di euro entro il 2030. Prodotti farmaceutici e apparecchiature mediche, cibo e bevande, macchinari e attrezzature, manifattura dei metalli, settori aerospaziale e nautico: sono queste le aree prioritarie del Governo centrale.

2 Le nuove frontiere della plastica
Soprattutto nella prima fase di industrializzazione di una comunità, la plastica corrisponde alla modernità e al benessere. È quanto accaduto anche agli EAU. La rapida crescita degli ultimi dieci anni, con il raddoppio della popolazione e del PIL pro capite, ha creato un meccanismo automatico di moltiplicatore dei consumi non solo nel Paese, ma in tutta l’area del Golfo. L’impiego di materie plastiche nella regione (area che corrisponde ai Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, e che comprende Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Bahrein e Oman) ha segnato un aumento vivacissimo che, entro il 2020, arriverà a una media di crescita pari a 8 punti percentuali. Il consumo medio di bottiglie in PET di un cittadino emiratino è circa 450 unità annue (di cui solo il 20% viene oggi riciclato), quarto valore più alto al mondo. Sempre in un anno, secondo le statistiche del Ministero dell’Ambiente locale, si utilizzano 11 miliardi di sacchetti in plastica. Sommando le diverse – e numerose – voci, si arriva a un consumo medio di plastica che arriva a circa 1.000 chili pro capite, confermando l’importanza che il materiale riveste nella vita quotidiana della popolazione e dell’imprenditoria, dove tre settori emergono sugli altri: packaging, costruzioni, attrezzature mediche. Nonostante la materia prima per la sintesi delle plastiche nel Paese non manchi, nel 2014 il Governo ha intrapreso una campagna di sensibilizzazione verso i biopolimeri. Inoltre, la Municipalità di Dubai, già nel 2013, ha avviato la campagna “say no to plastic bags” ponendosi come obiettivo la riduzione dei consumi del 20% degli shopper in plastica. Il fine ultimo è diminuire l’inquinamento. Dalla metà del 2015, nell’emirato di Sharjah, una società privata – in partnership con la Municipalità locale – sta operando alla costituzione di un centro di raccolta dei rifiuti in plastica, che verranno poi avviati a riciclo attraverso strutture al momento ancora in fase sviluppo. Anche il Governo di Abu Dhabi ha creato il suo “Centro di Riciclo” (Center for Waste Management, CWM) atto al controllo e al coordinamento delle attività sostenibili. A livello sociale, si sta perseguendo la politica delle 3R (Reduce, Reuse and Recycle), che vede l’impegno di numerose organizzazioni non governative e gruppi sociali intenti nella sensibilizzazione, ma sarà necessario ancora qualche anno perché tale cultura sia totalmente assorbita dalla popolazione. E non si tratta solo del tentativo di un cambiamento culturale. Dalla metà del 2015, nell’emirato di Sharjah, una società privata – in partnership con la municipalità locale – sta operando alla costituzione di un centro di raccolta dei rifiuti in plastica, che verranno poi avviati a riciclo attraverso strutture al momento ancora in fase sviluppo. Anche il Governo di Abu Dhabi ha creato il suo “Centro di Riciclo” (Center for Waste Management, CWM) atto al controllo e al coordinamento delle attività sostenibili. A livello operativo, dunque, le opportunità si focalizzano sul riciclo, sull’apporto “occidentale” di tecnologie e attrezzature che possano operare in tal senso: sono infatti in fase evolutiva gli investimenti “verdi”, con la conversione della plastica verso comparti eco friendly. Dunque, doppia opportunità per gli operatori del comparto plastico: operare nelle produzioni e poi commercializzare il prodotto finito, oppure eco-sostenere il residuo plastico? Entrambe le opzioni, pare, siano vincenti.

3 Le Free Zone
Create con lo scopo di facilitare gli investimenti stranieri, per contribuire alla crescita e allo sviluppo degli Emirati, le Free Zone – prima fra tutte la Jebel Ali Free Zone di Dubai – rappresentano oasi felici del business, dove le procedure per l’insediamento sono semplici e veloci. All’interno del territorio degli Emirati sono più di 30 e sono suddivise tra specifiche e generali, a seconda delle attività economiche consentite (determinate nelle prime, di qualsiasi tipologia nelle seconde). Le aziende interessate a spostare la produzione, o altresì la base distributiva nell’area del Golfo, (spingendosi fino all’intero Medio Oriente, al Subcontinente Indiano o alla Cina) possono carpire le opportunità offerte dalle FZ. Infatti, tra i maggiori incentivi, c’è l’esenzione dai dazi d’importazione ed esportazione, l’assenza di tasse sul reddito personale o sulle plusvalenze, la totale proprietà della società ivi costituita, nessuna tassa sulle operazioni societarie (per un minimo di tempo che varia da zona a zona, solitamente non superiore ai 15 anni), il trasferimento dei profitti e degli utili all’estero, senza alcuna formalità. Inoltre, grazie alla copiosa fornitura energetica e a basso costo, all’abbondanza della manodopera – anche specializzata – il risparmio del business si aggira sui 30 punti percentuali rispetto a una produzione europea: a tal riguardo, le procedure di assunzione sono semplici e non c’è l’obbligo di avvalersi di personale locale: questo significa che i dipendenti, paradossalmente, potrebbero essere interamente stranieri (cosiddetto “expatriate”). In ogni Free Zone è previsto il supporto amministrativo dell’Autorità competente ed è presente un sistema bancario efficiente e “internationally oriented”, senza problematiche da dover affrontare per i movimenti transfrontalieri. Relativamente alla procedura d’insediamento, questa dovrà iniziare con la richiesta di una licenza operativa, concessa dal Dipartimento dello Sviluppo Economico (DED), che avrà come oggetto l’attività da svolgere e andrà rinnovata annualmente. Le licenze possono essere di quattro tipologie: le attività commerciali per importare, esportare, vendere, distribuire e immagazzinare merci; le attività industriali, che prevedono l’importazione di materiali grezzi, la produzione e la successiva esportazione dei prodotti; i servizi per le aziende che operano in tal senso all’interno della FZ; le attività industriali “nazionali”, ovvero svolte da imprese registrate sia all’interno che all’esterno degli Emirati, controllate a maggioranza da un soggetto (fisico o giuridico) residente in un Paese del Consiglio, con una produzione nella FZ che apporti almeno il 40% del valore aggiunto (in quest’ultimo caso la procedura sarà più lunga). È comunque possibile richiedere più di una licenza, laddove le attività fossero diverse. Prima della recente riforma societaria, operare in una FZ diventava quasi una scelta obbligata, non solo per le condizioni di mercato, ma perché, una volta ottenuta la licenza, l’impresa poteva compiere attività commerciali ed economiche solo nell’area o fuori dal territorio emiratino: all’interno della Federazione (mainland) potevano operare solo gli agenti commerciali, i rappresentanti, i distributori o le aziende madri con licenza. In realtà, già l’Emirato di Dubai aveva modificato questa regola, in attesa della riforma: con le giuste approvazioni, una società costituita nelle FZ poteva altresì operare a Dubai (con eccezione di alcuni settori che comunque non riguardano il comparto plastico). E poi, nel 2015, la svolta definitiva.

4 La recente riforma societaria
Dopo più di un decennio di attesa, con la Legge 2/2015 è stato finalmente approvato il New CCL (Commercial Companies Law), entrato in vigore il 30 giugno 2015. Il nuovo corpo normativo non stravolge eccessivamente le precedenti disposizioni, ma offre la tanto agognata possibilità del controllo societario da parte di uno straniero, benché in maniera non del tutto diretta. La premessa è fondamentale: la precedente legge differenziava le società a seconda del “locus” di costituzione. Quelle stabilite nelle Free Zone assumevano (come ancora oggi) la forma di Free Zone Establishment (FZE, ovvero filiale della casa madre straniera) e Free Zone Company (FZCO), quest’ultima con un capitale minimo, variabile da zona a zona, con una responsabilità limitata all’ammontare del capitale corrisposto. Queste due forme, una volta ottenuta la licenza, potevano compiere attività commerciali ed economiche solo nell’area o fuori dal territorio emiratino. Dunque, divieto esecutivo nella mainland. Con la riforma, invece, è contemplata la possibilità di operare in tutto il territorio, aggirando così i limiti percentuali obbligatori per le società costituite nel Paese, dove la maggioranza deve essere di un socio locale. Restano invariate le precedenti forme societarie, con la partecipazione al 51% di un cittadino locale: la General Partnership (assimilabile alla S.n.c. italiana), la Limited Partnership (omologa di una S.a.s.), la Public Joint Stock Company (S.p.A. pubblica), la Private Joint Stock Company (S.p.A. privata), la Partnership Limited with Share (simile a una S.a.p.A.), la Limited Liability Company (S.r.l.). In quest’ultimo caso, la riforma ha previsto la rimozione del capitale minimo necessario, sebbene sia richiesto comunque un capitale sufficiente a raggiungere gli obiettivi previsti dall’oggetto sociale, ma il Governo potrebbe modificare questa decisione. Per filiali e uffici di rappresentanza di società straniere, invece, c’è la possibilità della totale gestione e controllo estero, sebbene sia necessario nominare un agente locale, figura completamente differente da quello commerciale. L’agente locale (persona fisica o giuridica totalmente di nazionalità emiratina) è altresì chiamato sponsor e non è coinvolto nelle attività economiche della società, ma opera nelle pratiche amministrative (dai visti ai libretti di lavoro et similia).

5 Le opportunità di Expo Dubai 2020
Dal 20 ottobre 2020 fino al 10 aprile 2021 nella nuova area urbana (FZ) chiamata Dubai South (meglio conosciuta come Dubai World Central), nel 50esimo anniversario dalla fondazione degli Emirati Arabi Uniti (il Golden Jubilee dello Stato), avrà luogo Expo 2020, con il tema “Unire le Menti, Creare il Futuro”, in uno spazio espositivo che si estenderà per 700.000 metri quadrati, con 500.000 metri quadrati di strutture permanenti. I sotto temi principali sono “Opportunità” per creare connessioni più intelligenti e produttive, “Sostenibilità” finalizzata al progresso, senza però compromettere i bisogni delle generazioni future, “Mobilità” per creare nuove possibilità a persone e comunità. Il Governo ha stabilito che entro la fine del 2019 saranno completate tutte le attività, per poter accogliere in grande i 25 milioni di turisti attesi, dei quali si stima che ben 17 milioni (il 71%) proverranno da Paesi esteri. Per le imprese italiane si prospettano interessanti opportunità di business: con la creazione di circa 275.000 nuovi posto di lavoro entro il 2021, sono infatti previsti numerosi nuovi investimenti, nel settore dei trasporti, del turismo e delle costruzioni. Tra tutti, è proprio a quest’ultimo che verranno destinati i maggiori fondi, pari a 43 miliardi di dollari. Saranno poi predisposte 45.000 nuove unità abitative, con l’ingente sviluppo del settore immobiliare: è in fase conclusiva la Sheikh Mohammed bin Rashid City, insediamento urbano dove sarà presente uno tra i maggiori centri commerciali al mondo, un parco tematico sul modello degli Universal Studios e un parco verde di dimensioni superiori al londinese Hyde Park. Il Governo ha già emesso diversi bandi e, con l’avvicinarsi della data, ne saranno pubblicati altrettanti e più: le aziende italiane che vorranno partecipare alle gare d’appalto pubbliche, rispetto agli anni passati, potranno farlo in maniera semplificata. Grazie a un accordo tra i due Paesi, non sarà più necessario dimostrare di avere i requisiti di residenza nella Federazione, almeno inizialmente. Basterà registrarsi al sito esource.EXPO2020dubai.ae/esop/uae-e20-host/public/web/login.jst inserendo – alla voce “trade licence” – il numero di licenza commerciale italiana. Fornendo tutte le informazioni richieste, si potrà accedere alle varie opportunità commerciali ufficializzate dal Bureau on line. In questo modo, quindi, si parteciperà alla gara e, soltanto in caso di aggiudicazione, sarà necessario attivarsi per la procedura di rilascio di una licenza commerciale valida negli EAU.

I numeri della plastica
La produzione annua delle imprese petrolchimiche negli EAU è pari a 2,4 milioni di tonnellate di polimeri, valore che corrisponde al 10% della produzione totale dei Paesi del Consiglio (23,9 milioni di tonnellate nel 2015, secondo i dati divulgati dalla fiera ArabPlast). Dopo l’Arabia Saudita, la destinazione dell’export italiano nell’area sono gli EAU. Rispetto agli altri Stati europei, tuttavia, il nostro Paese si è ritagliato una quota di mercato nel comparto plastico ancora piccola, con un 2,5% che si colloca tra il 4,7% della Germania e il 2,3% della Francia. Il Bel Paese risulta il secondo fornitore europeo, sempre dopo la Germania, anche per gli altri mercati della regione del Golfo, i cui Paesi assorbono in media il 5% dell’export di macchinari italiani relativi al comparto della plastica. Nel 2016, l’export italiano di gomma e plastica è cresciuto di circa 9 punti percentuali rispetto all’anno precedente, con valori che hanno superato i 151 milioni di euro: le previsioni per il prossimo triennio sono altrettanto positive, con una crescita media, secondo SACE, di quasi 8 punti (+8,7 nel 2017; +7,5% nel 2018; +7,7% nel 2019) per arrivare a un export che dovrebbe superare i 191 milioni di euro nel 2019. Nel 2015, l’Italia ha esportato polimeri per un valore pari a 26,3 milioni, importandone 9,7 milioni. Nei primi 10 mesi dell’anno scorso il valore dell’export si è invece attestato a circa 27 milioni, con una composizione dei flussi commerciali principalmente composta da polimeri di etilene, poliacetali e resine amminiche/ fenoliche e poliuretaniche. L’import, nei primi 10 mesi del 2016, è quasi duplicato rispetto al totale 2015, raggiungendo i 16 milioni di euro, grazie a un importante acquisto di polimeri di etilene e di propilene in forme primarie. L’export delle macchine, invece, segna valori inferiori a quello dei polimeri: nel 2015 sono stati esportati macchinari per 16,2 milioni di euro e nei primi 10 mesi del 2016 “solo” 11,9 milioni; in particolare, il totale è composto da poche voci importanti, che contribuiscono in maniera forte alla somma. Si tratta di termoformatrici, macchine per formare, parti e componenti di macchinari. L’import di macchinari è quasi del tutto irrilevante.

Borouge ad Abu Dhabi
Nell’area del Golfo gli EAU risultano terzi per la produzione di greggio e settimi a livello mondiale per le riserve petrolifere e di gas naturale, con una produzione media giornaliera, secondo l’Economist Intelligence Unit, pari a 2,8 milioni di barili di petrolio nel 2016, che arriverà a 3,2 milioni nei prossimi anni. Abu Dhabi, da solo, detiene più del 90% delle riserve petrolifere: per questo motivo, proprio qui si è insediato il gigante sacro del comparto petrolchimico, Borouge, tra le società più importanti nell’area, con uno dei maggiori poli mondiali nella produzione di polimeri. Frutto di una joint-venture tra ADNOC (Abu Dhabi National Oil Company tra le più importanti realtà mondiali nel comparto oil & gas) e l’austriaca Borealis, più che nota nel comparto plastico, ha base ad Abu Dhabi e uffici anche a Singapore. Con oltre 3.000 addetti di 40 diverse nazionalità, negli ultimi 50 anni è diventata leader incontrastato nel comparto delle poliolefine, creando soluzioni plastiche per le infrastrutture, l’automotive, il packaging e i settori affini. La produzione annua di Borouge si attesta a circa 3,5 milioni di tonnellate di poliolefine (dati 2015) e, grazie alla recente espansione del 2016, le performance potrebbero essere ancora migliori.

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