Brexit: contraccolpi e vantaggi

22004Conquistando il 51,9% dei consensi il fronte di chi premeva per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha trionfato nel referendum popolare dello scorso 23 giugno, ma la strada verso il definitivo divorzio è ancora lunga. In primo luogo il voto ha avuto un puro carattere consultivo e questo significa che il Parlamento di Londra potrebbe tuttora decidere di non tenere conto dei suoi esiti. Inoltre il Regno Unito e Bruxelles hanno ancora due anni di tempo per lavorare e mettere a punto tutte le procedure necessarie per la separazione. E non da ultimo secondo alcune fonti di stampa servirebbero a Westminster fra gli otto e i dieci anni per ridiscutere tutti i trattati commerciali in essere con i Paesi facenti parte dell’Ue. È chiaro però che alla luce delle perdite da 2.000 miliardi di dollari registrate sulle piazze internazionali nel drammatico day after – con Milano in maglia nera visto il suo crollo del 12,29% – interrogarsi sui possibili scenari futuri è doveroso. Farsi prendere dal panico sarebbe invece controproducente, perché sebbene le ripercussioni sull’industria potrebbero rivelarsi pesantissime nel breve periodo, su un orizzonte temporale più ampio il made in Italy godrebbe di inaspettate prospettive di crescita. A patto che, come sempre, il sistema-Paese sappia adottare le strategie necessarie a cogliere le opportunità del nuovo scenario. È il caso cioè di mantenere la calma e andare avanti, in linea con lo slogan coniato in Inghilterra alla vigilia del secondo conflitto mondiale (Keep calm and carry on) e divenuto iconico in tempi recenti.

22005Svalutazione all’inglese
«Per quanto riguarda i beni metallurgici e siderurgici l’impatto sarà marginale, poiché lo scambio con la Gran Bretagna è limitato, ma con tutta probabilità assisteremo alla flessione dell’export di prodotti della meccanica strumentale italiana», ha osservato il professor Carlo Mapelli, docente di Metallurgia e Siderurgia presso il Politecnico di Milano, «calcolabile nell’ordine degli 800 milioni di euro per le piccole e medie imprese e di 1,5 miliardi per le più grandi. E questo si deve a diversi fenomeni. L’uscita del Regno dall’Unione europea potrebbe coincidere con l’addio all’area della libera circolazione delle merci. Per continuare a farne parte i britannici devono infatti assumersi oneri analoghi a quelli degli altri Stati membri, aderendo a una logica di mutuo sostegno. L’alternativa è una presenza limitata soltanto ad alcuni settori, in base alla stessa logica fatta propria da nazioni quali la Svizzera e la Norvegia». L’impatto del Leave è poi associato alle dinamiche di svalutazione della sterlina. «Non ha senso», ha detto Mapelli, «cercare di paragonarle a quelle tipiche della valuta italiana nei decenni precedenti l’introduzione dell’euro. Allora l’Italia poteva contare su un mercato interno molto forte, nel segmento dei beni strumentali, che al contrario, oltremanica, è andato a mano a mano sfaldandosi». Difficilmente le vendite del made in Uk all’estero e segnatamente verso l’eurozona riuscirebbero a controbilanciare le perdite. E allo stesso tempo, costretti dalla rarefazione della loro manifattura ad acquistare materie prime e articoli finiti sui mercati globali, i sudditi di Sua Maestà si troverebbero in posizione di svantaggio e difficilmente sarebbero in grado di investire in innovazione. «In prima battuta», ha puntualizzato Mapelli, «l’offerta britannica di prodotti forgiati per comparti quali oil & gas e aerospazio potrebbe godere di un notevole slancio nel breve termine, assicurato dall’emorragia in valori della moneta locale. A lungo andare però, per mantenersi competitivo il Paese dovrebbe investire in impianti d’eccellenza e tutti d’importazione, ma non avrebbe più le risorse economiche per farlo. Al contrario l’Italia durante gli anni delle svalutazioni della lira soffriva sul fronte delle materie prime, ma aveva al suo interno le risorse tecniche ed intellettuali per continuare a costruire beni strumentali di primaria importanza».

22013Manca una piattaforma completa
Vista da Carlo Mapelli la Gran Bretagna attuale è virtualmente fuori dall’industria degli acciai alto-resistenziali e conserva quote poco più che marginali nella siderurgia europea. Mentre l’Europa continentale e la Penisola hanno le carte in regola per sfruttare a loro vantaggio l’inedito quadro politico ed economico. «Le perdite attese per il nostro business», ha detto, «sono tali da poter essere riassorbite nel volgere di circa due anni. La difficoltà di generare nuovi investimenti e la minore competitività inglese sono suscettibili anzi di creare vantaggi per l’Italia, posto che si sappiano mettere in atto misure efficienti per la riduzione del costo del lavoro e degli oneri fiscali: la palla passa adesso al governo, che se si mostrerà in grado di attivare le leve adatte, darà il via a una ulteriore crescita». Nonostante il parziale percorso di ri-localizzazione di attività in precedenza trasferite nei paradisi della manodopera a basso costo, il manifatturiero britannico presenta nel 2016 stabilimenti metallurgici per lo più antiquati e resta orientato in misura preponderante alla finanza. «Sono state riportate sul territorio aziende di ambito farmaceutico o automobilistico», ha affermato Mapelli, «ma soprattutto per quel che riguarda i veicoli non sono state implementate nuove piattaforme complete e le attività coprono poco più che il semplice assemblaggio o la gestione dei materiali a freddo. L’Italia ha osservato un marcato ridimensionamento della produzione automobilistica ma la sua filiera di fornitura è rimasta completa e questo rappresenta senza dubbio un punto a suo favore». E in assenza di una supply chain integrata le case straniere nell’Isola e i detentori dei poli produttivi potrebbero al contrario decidere a loro volta di delocalizzare; e scommettere su fornitori differenti.

Carlo Mapelli, docente di Metallurgia e Siderurgia presso il Politecnico di Milano
Carlo Mapelli, docente di Metallurgia e Siderurgia presso il Politecnico di Milano

Benefici a cascata
Mapelli è fiducioso che nel medio-lungo termine l’Italia possa conquistare in un simile contesto «quote del mercato dei prodotti forgiati, dei componenti e dei manufatti per l’auto e per i trasporti commerciali, del valvolame, dell’aerospazio», dove i risultati «potrebbero rivelarsi importanti». L’attesa è anche per un intensificarsi delle relazioni con Francia e Germania, né è da escludere a priori qualche opportunità in più in Cina, in Nord Africa e negli Stati Uniti, laddove le regioni del Commonwealth continuerebbero a garantire alla Gran Bretagna una posizione di primato. «Dobbiamo restar calmi e ragionare in termini strutturali a mente fredda», ha concluso Mapelli, «consolidando i legami con l’Europa e mirare al taglio dei costi del lavoro e a un cuneo fiscale favorevole alle imprese. Così la meccanica avrà solo da guadagnare dalla Brexit perché la capacità del nostro Paese di concorrere sarebbe forte. Si è in una fase di redistribuzione degli investimenti che crea turbolenze, ma i segnali di tenuta del panorama economico mondiale non vanno sottovalutati. Il petrolio è sì calato, ma dopo soli tre giorni ha trovato un riposizionamento senza subire crolli. E il suo prezzo scende nel caso di una forte prospettiva di rafforzamento del dollaro nei confronti dell’euro, che ha resistito, a riprova del fatto che gli operatori per ora credono comunque nella stabilità dell’eurozona».

Non dissimili le opinioni espresse da Ucisap, Unione italiana dei costruttori di stampi e attrezzature di precisione, presso la quale una riflessione è ancora in corso, data la difficoltà di fare pronostici sugli sviluppi futuri della situazione. «In generale», ha detto il direttore generale Giovanni Corti riportando pareri formulati anche da operatori del settore, «non si temono scossoni di rilievo e non si pensa che l’impatto del voto sarà dirompente, data la natura scarsamente strategica del Regno Unito per le esportazioni italiane. I casi di aziende tricolori fortemente legate alle isole britanniche sono sparuti e allo stesso tempo è esiguo anche l’output di stampi prodotti nello Uk

Nel comparto delle quattro ruote la forza del Paese è dettata per lo più dalle attività dei marchi giapponesi, con i quali però gli stampisti italiani dialogano raramente». Per il comparto automotive l’attenzione è orientata verso la Germania che di fatto rappresenta il centro di acquisto degli stampi per le case presenti in UK che fanno capo all’Europa come per esempio Mini (BMW) e Vauxhall (Opel), un calo della produzione in Uk potrebbe significare un calo negli acquisti di stampi dalla Germania.La preoccupazione più sentita è legata alle conseguenze indirette della Brexit dal punto di vista macraeconomico e finanziario che potrebbero innescare un rallentamento dell’economia Europea e degli investimenti.”

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