Banche: fatte con lo stampo

apertura-finanziamenti-2984x2984Fotografato dall’edizione di giugno 2016 dell’Outlook mensile realizzato dall’Ufficio analisi economiche dell’Associazione bancaria italiana su dati della Banca d’Italia e di Thomson Reuters Datastream, il quadro economico del Paese appare tutto sommato in lento e costante miglioramento. L’indice di fiducia delle imprese resta in positivo con il +0,6% segnato ad aprile e il +0,1% di maggio, che contrastano il -0,1% del maggio del 2015. Allo stesso tempo ad aprile è aumentata per 1,8 punti percentuali la produzione industriale, in netta ascesa rispetto al +0,5% di aprile e al +0,4% registrato nell’aprile di un anno fa. Poco vivace il movimento degli investimenti, che a paragone con il quarto trimestre del 2015 (+3,1%) ha segnato fra il gennaio e il marzo di quest’anno un passo indietro al +0,9%, che è ancor più marcato nel raffronto col 2,4% dei tre mesi di apertura del 2015. Su questo scenario sembra farsi almeno potenzialmente più agevole e meno conflittuale la relazione fra le imprese e il panorama del credito.

Sempre secondo Abi nel maggio del 2016 i prestiti bancari hanno evidenziato un miglioramento della loro «dinamica annua» toccando per i residenti (settore privato più amministrazioni pubbliche) una variazione annua dello 0,3% a quota 1.817,6 miliardi di euro. Ad aprile l’aggregato si è ridotto dello 0,2% rispetto allo stesso mese del 2015 ma prendendo come riferimento i valori del periodo precedente alla grande crisi e cioè di fine 2007 si nota come l’ammontare dei finanziamenti erogati (allora pari a 1.673 miliardi) sia cresciuto di 144,6 miliardi di euro. Guardando al solo settore privato l’aumento è stimabile, dal 2007 a oggi, attorno a 92,8 miliardi per un totale di 1.543 miliardi di euro contati a maggio.

Per quel che concerne i prestiti alle famiglie e alle società non finanziarie, considerate dagli analisti dell’Associazione bancaria italiana in modo aggregato, la variazione annua è del -0,04% ma partendo dal 2007 si nota come le banche abbiano messo a disposizione 127 miliardi in più. La quota complessiva del prestito era allora pari a 1.279 miliardi mentre ora si è a 1.405,5 miliardi.

In contrazione del -4,8% contro il -7,2% dell’aprile del 2016 il segmento dei prestiti a breve termine, cioè di durata inferiore o pari a un anno. In ascesa invece quelli a medio o lungo termine, cioè oltre l’anno, con il +1,2% di maggio che fa seguito al +1,5% del mese precedente. Negativa, nell’aprile di quest’anno, «la dinamica dei prestiti alle imprese non finanziarie», che è «risultata pari al -0,6%» ma che aveva al contrario messo in mostra le performance peggiori nel novembre del 2013 (-5,9%).

La ripartizione per attività economica
Sempre in relazione al mese di aprile di questo stesso anno le cifre dell’Associazione bancaria italiana hanno messo in luce come il 24,1% dei crediti bancari sia stato indirizzato alle attività manifatturiere. Sommato a quello dell’estrazione di minerali e dei servizi il segmento acquisisce uno share del 54,4% nello spaccato dei settori industriali beneficiari dell’erogazione di liquidità. Per converso è rispettivamente del 20,5%, del 16,3, del 5 e del 3,9% l’incidenza di commercio, ristorazione e ospitalità; delle costruzioni; dell’agricoltura e delle cosiddette attività residuali.

Complessivamente, poi, in linea con quel che ci aspettava a seguito delle decisioni di Mario Draghi, i tassi di interesse medi sulle nuove operazioni di finanziamento alle imprese non sono solamente calati ma hanno toccato a maggio il loro minimo storico dell’1,82% contro l’1,92% di aprile. E contro soprattutto al 5,48% del 2007. Quanto al tasso medio sul totale dei prestiti, esso si è attestato al 3,12%, punto più basso di una progressiva discesa dal 6,18% degli anni precedenti il caso di Lehman e che ad aprile aveva consentito di archiviare un 3,16%.

L’analisi delle consistenze dei prestiti alle società non finanziarie fra il 2007 e il 2016 mostra – alla luce dei risultati «corretti per riclassificazioni e salti di serie storiche» – come nove anni fa fossero stati concessi in media finanziamenti per 765,14 miliardi di euro. Il valore medio stimato invece nei primi quattro mesi del 2016 è di 774,85 miliardi, per un incremento da quasi 10 miliardi.

Contestualmente le analisi che Abi ha realizzato in collaborazione con l’agenzia di informazione finanziaria e rating Cerved, su dati della Banca d’Italia, hanno testimoniato della diminuzione dei crediti in sofferenza. Il tasso di ingressi in sofferenza resta «più che doppio» rispetto a quello del 2008 «sia se si calcola sul numero di prestiti (3,7% contro 1,7%) sia se si calcola sugli importi (4,2% contro 1,5%)» ma gli aspetti incoraggianti non mancano. «Nel 2015», hanno scritto Cerved e Abi, «le banche hanno aperto sofferenze per circa 27 mila prestiti concessi a società non finanziarie, il 5,3% in meno rispetto al picco toccato nel 2014 (poco meno di 29 mila). Il miglioramento è ancora più marcato se ci si riferisce all’importo dei prestiti per cui e stata aperta una sofferenza: nel 2015 circa 30 miliardi, a -7,7% rispetto all’anno precedente e soprattutto del 25% sul record negativo toccato nel 2014».

Un miglioramento generalizzato
I progressi, stando a quanto riportato dagli studi, hanno toccato «in modo omogeneo tutte le fasce dimensionali di impresa», pur se con qualche inevitabile differenza. Nel dettaglio: «Le aziende di dimensione minore (microimprese), singolarmente considerate, si confermano le più rischiose: ogni 100 prestiti erogati», hanno riferito Abi e Cerved, «si stima che nel 2015 ne siano entrati in sofferenza 4 (4,1 nel 2014). Per le piccole imprese (10-50 addetti e un giro d’affari compreso tra 2 e 10 milioni di euro), il tasso di sofferenza è pari al 3,2% (3,3% nel 2014), sei decimali percentuali in più rispetto a quello stimato per le medie imprese (50-250 addetti e 10-50 milioni di euro di fatturato), per cui il tasso passa dal 2,7% del 2014 al 2,6% del 2015. Le società di dimensione maggiore, con un tasso dell’1,8%, in calo dall’1,9% dell’anno precedente, sono le meno rischiose».

Non va dimenticato che la mortalità delle imprese rimane a soglie molto elevate (sono oltre 20 mila le sigle che hanno avviato nell’ultimo anno procedure di chiusura) ma lascia ben sperare il fatto che quanti sono restati nell’arena appaiono molto bene intenzionati a innovare per competere. Lo si può ragionevolmente evincere dalla stabilità – fra il quarto trimestre del 2015 e il primo quarto del 2016 – del tasso di crescita delle richieste di finanziamenti indirizzati a nuovi investimenti, pari al 37,5%. Ma che, a dispetto delle prevedibili criticità e delle differenti esigenze espresse dagli istituti da un lato e dalle aziende dall’altro, il rapporto fra le imprese e le banche possa farsi più aperto e improntato alla partnership anziché alla contrapposizione lo dicono anche altre ricerche. Sono quelle di Federcasse, la Federazione italiana delle banche di credito cooperativo, casse rurali e artigiane che raggruppa istituti in larghissima prevalenza dediti al finanziamento delle Pmi. Nel 2014 esse avevano concesso finanziamenti oltre i 12 mesi per 20 miliardi 519 milioni e 801 mila euro. L’anno successivo la quota ha superato di slancio i 23 miliardi. E quanto poi agli stock di impieghi lordi per branca di attività economica, quelli a favore della manifattura hanno raggiunto a dicembre del 2015 il picco di 15 miliardi e 771 milioni di euro. E rappresentano così il 18,7% del totale gestito dalle Bcc, che sul mercato complessivo hanno uno share del 7,5%. Anche gli stampisti interpellati per questa inchiesta hanno evidenziato una relazione tutto sommato lineare con il panorama creditizio. E le loro critiche sono state in larga maggioranza quanto mai costruttive e tese perciò a portare alla superficie gli aspetti suscettibili di un miglioramento ulteriore. Vediamo come.

Secondo Lino Pastore, responsabile commerciale della lombarda Giurgola Stampi e Presidente di Ucisap il rapporto fra il settore e gli istituti di credito «non sempre è lineare» e appare in linea di massima «poco consolidato».
Secondo Lino Pastore, responsabile commerciale della lombarda Giurgola Stampi e Presidente di Ucisap il rapporto fra il settore e gli istituti di credito «non sempre è lineare» e appare in linea di massima «poco consolidato».

«Formazione congiunta per una miglior gestione dei rischi»
Secondo Lino Pastore, responsabile commerciale della lombarda Giurgola Stampi e presidente della Unione dei costruttori italiani di stampi e attrezzature di precisione (Ucisap) il rapporto fra il settore e gli istituti di credito «non sempre è lineare» e appare in linea di massima «poco consolidato». Diventa difficile allora sottrarsi «all’impressione, condivisa da molti, che il danaro finisca sempre nelle casse di chi non ne ha bisogno» anche se opinione di Pastore è che le responsabilità di una relazione complicata possano suddividersi equamente fra entrambe le parti in causa. «Non è certo in discussione», ha detto a Stampi, «la necessità di presentare adeguate garanzie o business plan rigorosi al momento di richiedere un finanziamento o l’apertura di una linea di credito. Ma gli stampisti fanno spesso capo a società artigianali che non posseggono al loro interno figure adeguate per la stesura della documentazione richiesta. E sono costretti ad appoggiarsi a consulenti esterni».

Con tutti i costi aggiuntivi del caso, naturalmente. La soluzione non è certo il muro contro muro, perché Lino Pastore auspica al contrario un approccio improntato al dialogo e alla disponibilità. «Dal canto nostro», ha osservato, «dovremmo riuscire a comunicare con esattezza le misure delle quali abbiamo maggiormente bisogno, essere in grado per esempio di informarci con precisione maggiore sui fondi ai quali potremmo avere diritto di accesso. Ma d’altra parte, le banche ci agevolerebbero senz’altro proponendo a loro volta consulenza specifica o percorsi di formazione». L’idea è di dar vita in questo modo a un confronto tale da portare benefici su tutti e due i fronti: «Formare e informare i clienti», ha detto Pastore, «dovrebbe essere quasi uno slogan, una filosofia d’azione per le banche, presso le quali non si avverte però una marcata volontà di cambiamento». Negli anni precedenti la presidenza di Pastore, il cui mandato ha preso il via nel 2011, parlare di temi finanziari nel corso degli eventi periodicamente organizzati da Ucisap era una consuetudine e se essa è stata abbandonata è perché «novità e argomenti di interesse si rarefacevano con il tempo».

Stampisti, questi sconosciuti
Il che non ha certamente agevolato la reciproca conoscenza e comprensione. «Forse non siamo abbastanza bravi a indirizzare e formulare correttamente le nostre richieste», ha riflettuto Pastore, «e tuttavia la paura fondata è che il nostro mestiere non sia capito a fondo. Lo stampista ha il problema di dover agire come banca e magazzino dei suoi stessi clienti. Lavora su commesse da centinaia di migliaia di euro e frequentemente senza ricevere un acconto preliminare o con tempistiche di pagamento che si dilatano di continuo. Se ciò non bastasse nulla impedisce che il lavoro portato a termine possa essere, per le più varie motivazioni, rifiutato dalla clientela. Tutto il peso del rischio imprenditoriale è a carico dei costruttori, esposti completamente per mesi e mesi». Anche per questo un atteggiamento improntato, da parte dei bancari, «alla flessibilità e all’apertura», sarebbe il benvenuto, mentre tornando al nodo delle garanzie il presidente di Ucisap ha criticato i parametri in base ai quali è assegnato, a ogni impresa, il proverbiale e decisivo rating: «Una valutazione alta», ha detto, «attrae chiaramente prestiti e finanziamenti. Dipende dalla liquidità, dal soluto e dalla solidità del parco-clienti; dall’affidabilità complessiva e dalle moli medie di lavoro, dal pagamento puntuale dei fornitori. Non è raro però che gli imprenditori debbano offrire in garanzia anche beni e proprietà personali. Alle competenze, allo know-how e alla volontà di innovare è attribuito valore marginale, mentre contano ancora molto i beni immobili, il classico capannone. Anche questo è un criterio del quale non sarebbe azzardato chiedere una ridefinizione». Lino Pastore non ritiene neppure che «a seguito delle mosse sui tassi attuate dalla Banca centrale europea e teoricamente studiate anche per dare ossigeno alle imprese» si siano verificati mutamenti significativi. «Credo invece che più ingenti risorse dovrebbero e potrebbero essere destinate a quanti nel nostro comparto stanno rinnovandosi e risanandosi dopo la crisi», ha puntualizzato, «a fronte di progetti strutturati, razionali, seri. Ma per quanto ho modo di vedere, questo non succede». E le soluzioni latitano: «Non è riconosciuto», ha concluso Pastore, «il nostro ruolo di cuscinetto nei confronti dei clienti; né ci sono offerte tutele nell’eventualità, come detto, di un mancato acquisto. Anzi, ci viene imposto di garantire e assicurare gli acconti ricevuti dalla clientela. Ma quando ho provato più o meno informalmente a parlarne con gli interessati, le risposte sono state lacunose».

Gian Enrico Artico, contitolare di Arcatool, con sede a Pordenone
Gian Enrico Artico, contitolare di Arcatool, con sede a Pordenone

«Difficile far comprendere le nostre specificità»
45 addetti e una vocazione alla costruzione di stampi di dimensione media soprattutto per il mondo auto, la pordenonese Arca è sul mercato da vent’anni circa e da nove gestisce anche una sede in Polonia tramite la quale dialoga coi principali panorami mitteleuropei, a cominciare dalla Germania. Interpellato circa le caratteristiche della relazione fra la sua azienda e le banche, uno dei due titolari Gian Enrico Artico ha cominciato tracciando qualche utile distinguo: «Per quel che riguarda il credito destinato agli investimenti», ha osservato, «e in modo particolare indirizzato all’innovazione, in contrasto con quanto visto all’inizio del decennio, si nota un incremento della sensibilità». Diverso invece il caso dell’operatività ordinaria. «Qui il bisogno di rapportarsi al mondo bancario è elevato e frequente», ha detto Artico, «e qui emergono le criticità. Gli stampisti subiscono la pressione da parte dei clienti da un lato e dei fornitori più grandi dall’altro. Hanno quindi bisogno di accedere al canonico anticipo fatture per colmare lo sbilanciamento nei confronti di entrambe le controparti con linee di credito commerciale e sotto questo aspetto le complicazioni non mancano». Nonostante che «il confronto con gli istituti di credito» resti infatti «proficuo anche perché nel settore degli stampi i casi di insolvenza o cattiva salute finanziaria sono tutto sommato davvero pochi», rimane il problema di una superficiale conoscenza delle tipicità di questa industria. «Sovente gli stampi hanno fatture di valore unitario molto elevati», ha spiegato Artico, «e sono frutto di commesse cicliche per un numero ridotto di grandi clienti. Un elemento che finisce per scontrarsi con alcuni vincoli introdotti nel corso del tempo per limitare i rischi di eccessiva concentrazione. Su ogni cliente sono imposti precisi massimali di credito ma le fatture spesso eccedono un tale tetto».

Meglio le insegne radicate sul territorio
Superare lo scoglio è chiaramente possibile e la vicenda imprenditoriale recente di Arca ne dà dimostrazione. Ma è necessario un atteggiamento di apertura, in linea con quanto auspicato più su dal presidente di Ucisap Lino Pastore, da parte delle banche medesime. «Illustrando con chiarezza le esigenze dell’azienda», è l’opinione di Gian Enrico Artico, «si riescono a spuntare trattamenti almeno in parte personalizzati. Fra un istituto e l’altro le differenze sono innegabili e in genere in situazioni come queste appoggiarsi a quelli più tradizionalmente radicati sul territorio è una scelta vincente. Si riescono ad avere rapporti diretti con la dirigenza, che si interessa di ciò che facciamo». Negli ultimi anni l’azienda di Pordenone è giunta a investire in innovazione oltre un milione di euro stipulando con le banche contratti di leasing che prevedevano la restituzione dell’importo entro un quinquennio al massimo. Ma a dispetto della scadenza decisamente impegnativa l’eventualità di rimandare gli acquisti non è stata neppure presa in considerazione perché «innovare è doveroso» e «necessario per continuare a competere». Contrariamente a quanto si verifica in Polonia, «dove non è previsto il concetto di fido commerciale e dove peraltro gran parte delle pendenze sono regolate nel volgere di 30 giorni», nella Penisola «i tempi di pagamento incidono sulla concessione di linee di credito». Agli sportelli può esser percepita «la paura di perdere danaro» anche se i timori sono per lo più ingiustificati e potrebbero esser vinti «approfondendo la conoscenza di ogni singolo settore, senza indulgere alle generalizzazioni». Posto che l’internazionalizzazione è considerata quasi sinonimo di solidità, poiché l’insolvibilità dei clienti italiani è più temuta, altre sono le specificità che Arca vorrebbe si trasferissero più efficacemente alle banche. «Preferiscono diluire i rischi gestendo un gran numero di fatture per importi singoli inferiori», ha concluso Artico, «e questo accade più raramente nel nostro mondo dove si è abituati alle grandi commesse per valori ingenti. Questo fa parte delle difficoltà nel far capire cosa facciamo, che si risolvono tramite una relazione diretta».

Andrea Digirolamo, titolare di Micromec
Andrea Digirolamo, titolare di Micromec

«Il dato su cui riflettere è la volatilità del sistema»
Per Andrea Digirolamo, titolare della milanese Micromec che dal 1974 si è specializzata dapprima sugli stampi per lamierino magnetico e poi sulla banda stagnata per gli imballaggi destinati al settore degli alimentari, la relazione con il credito «non ha mai presentato particolari difficoltà». Tuttavia, qualche riflessione si impone. «Critico», ha detto Digirolamo a Stampi, «gli aspetti di volatilità del sistema dettati dal cambiamento a volte repentino degli indici e del rating. Se oggi si è considerati del tutto affidabili per solidità e flussi di cassa, bastano pochi e brevi periodi di difficoltà dati magari dalle sofferenze causate da uno o pochi clienti per ritrovarsi con i rubinetti chiusi». L’opinione del numero uno di Micromec, azienda familiare che al packaging metallico – fra tappi, coperchi twist-off, easy-open altri elementi sigillanti – deve il 70-80% del suo volume d’affari, proviene dalle esperienze dirette. «Di recente», ha proseguito, «abbiamo dovuto fronteggiare una situazione quasi paradossale. Erano già stati approvati dalle banche nuovi investimenti in innovazione ma un episodio del tutto estraneo alla gestione caratteristica dell’azienda ci ha inaspettatamente e improvvisamente modificato il rating in centrale rischi costringendoci a sospendere, temporaneamente, tutti i piani d’investimento. Episodi non isolati e che possono magari capitare. Ma se tutto procede al meglio le cose vanno diversamente». Allora «sono i promotori stessi a cercare le imprese per proporre finanziamenti facendosi una concorrenza agguerrita con fee in continua riduzione e tassi di sconto impressionanti, sino al 50%». Forte anche delle competenze maturate sui cosiddetti exotic material come carburi, allumine e zircone nonché sulle piccolissime serie per comparti come l’aerospazio, il costruttore lombardo si rivolge alle banche per finanziare i progetti di medio termine. Perché per quel che concerne invece «le necessità del corrente» il bilancio è solido a sufficienza per consentire l’autofinanziamento. Certamente però, quando l’obiettivo è la competitività (inter)nazionale gli istituti di credito sono partner necessari e preziosi per l’acquisto di tecnologie onerose quanto avanzate, come si è visto in tempi recenti con un nuovo e più innovativo centro di lavoro. «Le complicazioni non mancano», ha ricordato Digirolamo, «e per rendersene conto basta pensare al fatto che mentre negli anni Settanta i tassi di interesse arrivavano al 17%, ora si aggirano sì attorno ai sette-otto punti, a fronte però di un costo del danaro in negativo. Il problema non ci chiama in causa direttamente, ma c’è chi nel settore fatica ugualmente a spuntare dei tassi ragionevoli pur essendo, finanziariamente, in salute. E a paragone col passato stabilire un dialogo diretto e di fiducia coi direttori di banca è più difficile».

La trasparenza è apprezzata. E vincente
Da una parte, stando a quanto affermato da Andrea Digirolamo, «le banche apprezzano nelle aziende la trasparenza e la disponibilità a mettere in evidenza in modo chiaro le strategie presenti e future». Il rischio è altrimenti che i bilanci siano riclassificati su basi obsolete, perciò inattendibili. D’altra parte tuttavia, per ottenere dei finanziamenti è necessaria la presentazione di business plan precisi e questo rappresenta una ulteriore complicazione per le imprese: in assenza di figure dedicate esse sono costrette a rivolgersi al supporto di consulenti esterni, col risultato di dover sostenere spese addizionali. «L’auspicio», ha considerato Digirolamo, «è una semplificazione dell’accesso al credito, visto che le documentazioni da redigere sono spesso troppo onerose in termini di mole, di tempo e di conseguenza di danaro. Intoppi e ostacoli sono sempre all’ordine del giorno anche in caso di procedure in apparenza semplici come gli incentivi previsti dalla Sabatini». Quanto infine alla convinzione da più parti espressa riguardante il ruolo e le prerogative di banca sui generis svolte a beneficio della clientela da parte di tanti stampisti, Andrea Di Girolamo è cauto: «Dire che nei confronti della clientela siamo portati ad assumere i compiti di una banca», ha detto il titolare di Micromec in conclusione, «mi sembra per molti versi una forzatura. Sicuramente però gli indici a nostra disposizione mostrano come soprattutto nell’ultimo quinquennio l’esposizione delle aziende è peggiorata, alla luce del cambiamento dei termini di pagamento. Da un punto di vista squisitamente commerciale, i clienti, oggi impegnati nel ridimensionamento dei magazzini, effettuano preferibilmente ordini aperti, che restano in carico proprio ai magazzini degli stampisti. Già di per sé questo rappresenta un onere gravoso, da sommare poi alla dilazione dei pagamenti. Al contrario, lo stampista paga i fornitori subito e anche questo ha impatto sul rapporto con le banche».

Elisa Scalici, responsabile amministrativa della milanese Pantostamp
Elisa Scalici, responsabile amministrativa della milanese Pantostamp

I dirigenti passano, la fiducia resta
Pantostamp, con sede a Opera (Milano) e una storia che dura da 40 anni, lavora in prevalenza per il settore packaging cui si rivolge soprattutto con la sua offerta di stampi multi-cavità. Nel panorama creditizio ha conservato, con le proprie banche, buoni rapporti di fiducia, consolidatisi nel corso del tempo infatti, sin dal 1976, l’azienda della famiglia Scalici ha interagito sempre con gli stessi istituti bancari beneficiando dei prevedibili vantaggi di una relazione tanto duratura anche e soprattutto nei momenti di criticità. «Non nego», ha detto a Stampi la responsabile amministrativa Elisa Scalici, «che nei periodi più caldi della crisi ci siamo rivolti alle banche allo scopo di ottenere liquidità, che ci è stata messa a disposizione senza alcun problema. Credo che la linearità del dialogo dipenda molto anche dalla considerazione positiva che abbiamo saputo conquistarci sin da principio e che è ragione di un ottimo rating». La stima cresciuta nel tempo è alla base della possibilità di discutere serenamente con i referenti bancari anche delle condizioni per la concessione dei leasing – «essenziali per gestire gli investimenti in innovazione e nuovi macchinari» – o prestiti e finanziamenti per l’acquisto di tecnologie onerose. Elisa Scalici ha quindi proseguito: «Ci sono stati concessi prestiti con tassi di interesse vantaggiosi», ha ricordato, «che ci hanno consentito di amministrare più agevolmente e con maggiore rapidità i pagamenti ai fornitori ottenendo così degli extra sconti sulle forniture». Negli anni passati era fondamentale il rapporto personale con il direttore di istituto, il quale si prestava a visitare l’azienda per conoscerla più da vicino e per instaurare così una relazione improntata alla fiducia reciproca, mentre l’opinione di Pantostamp è che attualmente, purtroppo, questo non avvenga più o si verifichi più raramente, «poiché si concede maggiore importanza ai numeri e al relativo rating. Per cui, la chiarezza e la trasparenza, soprattutto nei momenti di difficoltà dovuti alla carenza di lavoro, hanno contribuito in maniera favorevole alla nascita di questo tipo rapporto». Utile, non da ultimo, è studiare insieme con le banche le esigenze della singola azienda, presentando dei budget strutturati e completi dei relativi business plan. Ed è necessario, secondo l’azienda di Opera, «soprattutto avere grande attenzione nel rispettare i patti concordati. Nonostante il cambio generazionale aziendale in atto abbiamo constatato che il rapporto di fiducia legato al nome che Pantostamp ha saputo conquistarsi nel corso degli anni è rimasto intatto».

faldoni-archivio-carte-c_4_articolo_2141981_upiimageppDal faldone non si scappa
Densamente popolata dagli stampisti, la Lombardia è anche capillarmente presidiata dagli sportelli del credito cooperativo, 830 nella regione per un totale di 36 banche. Fonti di questo network, dove ogni insegna ha standard propri, oggi in via di uniformazione, per l’accesso ai finanziamenti, hanno provato a illustrare in modo sintetico quali documenti siano necessari per ottenerli. E a spiegare le motivazioni per cui ogni polo Bcc ne fa esplicita richiesta. «Innanzitutto», ha fatto sapere a Stampi la Banca di credito cooperativo Bergamasca e Orobica, «servono quelli inerenti la costituzione e l’attribuzione dei poteri entro ciascuna società; gli atti costitutivi e lo statuto, tutti necessari per presentare le richieste. Oltre a ciò sono indispensabili un’anagrafica dei soci, un bilancio completo degli ultimi tre anni e l’iscrizione alla Camera di commercio che certifica l’attività di ogni azienda». Lo statuto è essenziale perché indica i regolamenti interni che prevedono i passaggi formali per ottenere credito, a partire dall’esistenza di un consiglio di amministrazione con poteri decisionali, affinché la banca possa distinguere il tipo di società che ha di fronte e le eventuali deleghe in essere. «Sono incartamenti dei quali tutti sono in possesso», hanno proseguito gli interpellati, «e che vanno solamente riprodotti e ripresentati, perché sono il corrispondente di una carta di identità delle imprese. Oltre a i bilanci degli ultimi tre anni, se le domande vengono elaborata in una fase avanzata dell’esercizio, deve essere fornito anche un bilancio provvisorio dell’esercizio in corso».

La banca chiede insomma di «poter amministrare le risorse economiche di cui dispone in modo oculato e in base a criteri oggettivi, cioè i bilanci depositati e corredati da relazioni di attività e approvazione assembleare». Tre annualità sono considerate il minimo «per poter ricostruire nel dettaglio i flussi finanziari e comprendere le dinamiche di sviluppo dei produttori, ovvero se siano in fase miglioramento, se abbiano investito, a cosa siano riconducibili le minusvalenze. Da questi dati scaturiscono ragionamenti condivisi con le controparti, per le quali la massima trasparenza rappresenta un vantaggio». Testimonianza di credibilità è anche l’elenco completo di clienti e fornitori, insieme a «un quadro esaustivo dell’indebitamento per finanziamenti e leasing presso altre banche, in modo da analizzare come di anno in anno si stiano muovendo altri erogatori del credito». Sono numeri che devono essere aggiornati di continuo e nell’eventualità di investimenti a breve in macchine o strutture gli istituti debbono essere in grado, sulla scorta delle carte, di prevederne l’impatto. «È una parte importante del cosiddetto business plan, sul quale gli imprenditori devono riflettere: lavorare tanto e duramente», è l’opinione della Banca Bergamasca e Orobica, «non basta. Bisogna anche saper amministrare, specie in tempi in cui l’economia rallenta e i margini sono più ridotti, a fronte di una concorrenza in aumento. È un elemento di evoluzione delle aziende, che è necessario considerare. Le banche», è però la riflessione venata di autocritica, «hanno le loro responsabilità per l’intensificato rigore delle procedure di controllo. Avrebbero dovuto provvedere prima a richiedere tutto questo. Forse in passato i cordoni della borsa erano troppo laschi e si sono chiusi in modo repentino. Oggi l’accordato rispetto al fabbisogno è più modesto rispetto al passato».

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