Addio Provincia. Il Tavolo che conta oggi è a Bruxelles

Di fronte a una mutazione epocale come quella che stiamo vivendo, la dimensione territoriale deve adeguarsi ai nuovi parametrici economici prestando attenzione ai flussi di qualsiasi genere essi siano: dalla banda larga alle autostrade fino alla finanza in generale. Lo sostiene il sociologo Aldo Bonomi, editorialista de Il Sole 24 Ore. Che abbiamo intervistato

 

“Non ci sono dubbi: quella che stiamo vivendo è una mutazione epocale. Da questo punto di vista non ha senso parlare di crisi, perché oggi stanno cambiando – anzi sono già cambiati – gran parte dei fondamentali economici e sociali con cui avevamo imparato a fare i conti. Quella che stiamo attraversano è piuttosto una metamorfosi, non un semplice attraversamento”. E’ chiaro il quadro della situazione italiana per Aldo Bonomi, sociologo, editorialista de Il Sole 24 Ore, fondatore e direttore del Consorzio Aaster. E’ un quadro che Bonomi ha tracciato con dovizia di  particolari nel suo ultimo libro – il capitalismo in-finito – dove il sociologo lombardo traccia con esempi le traiettorie dell’economia e della società del futuro. Scoprendo che piccoli imprenditori e lavoratori della conoscenza non subiscono passivamente la crisi ma reagiscono aggiornando le competenze, muovendosi sul mercato, cooperando dal Piemonte al Veneto, dall’Emilia alla Lombardia. Nel Nord del Paese, ma anche in Toscana e più giù, fino al sud. Nei territori, insomma, la cui concezione geografica e dimensionale va necessariamente cambiata. “Se sono mutati i parametri economici, anche la dimensione territoriale deve essere conseguente alla nuova situazione. Mi pare evidente, infatti, che quella provinciale sia diventata ormai inadeguata. Del resto, quest’ultima risponde a uno schema napoleonico che ha avuto la sua variante nell’introduzione delle regioni, ma che ora non è più in grado di fotografare le implicazioni economiche e sociali dei processi di trasformazione in atto”.

Che fare, allora? “Se la chiave locale non è più in grado di offrire leggibilità a questi cambiamenti, è necessario cambiarla ed iniziare a ragionare su area vasta, programmando azioni su dimensioni più ampie, con tutte le difficoltà legate alla prospettiva di “campanile” tipiche del nostro Paese. Anche se non è tanto una questione organizzativa, quanto piuttosto di definizione delle più opportune piattaforme territoriali”.

Perché ora i conti si fanno più a livello continentale che locale. “Il problema, infatti – continua Bonomi – è che il tavolo che conta non è né a Milano, né a Bologna, e tantomeno a Roma: è a Bruxelles. E per posizionarsi su quel tavolo occorre essere portatori di istanze che vadano bel oltre il livello provinciale, almeno di quella provincia che abbiamo inteso sino ad oggi.

Ma come si possono definire queste piattaforme territoriali?

Non è facile e in ogni modo non esistono regole predefinite. La chiave della nuova economia sono i flussi, di qualsiasi genere: la banda larga come le autostrade, la finanza e via dicendo. I luoghi, le piattaforme, devono saper intercettare questi flussi. Anche la rappresentanza, sia quella economica, delle imprese, sia quella politica, che oggi ti parla senza capirti, non sfuggono a questo cambiamento. E anche il modo di fare impresa deve fare i conti con questo processo.

Ma cos’è cambiato? Questo capitalismo è finito, come lascia intendere il titolo del suo ultimo libro?

Sicuramente si è trasformato. Sino a qualche hanno fa eravamo abituati ad avere il capitale da un lato, il lavoro dall’altro, con lo stato nel mezzo che faceva da mediatore. Ora ci troviamo con un bel pezzo di capitale bruciato, arso nell’incendio originato da quello che io chiamo il finanzcapitalismo, una grossa parte dello stato che non c’è più e con il lavoro in grossa crisi.

Ma come se ne esce?

Beh, è facile raccontare come vanno le cose, un po’ meno dire come risolvere questi problemi. Io sono fiducioso sulle possibilità di superare questo momento, consapevole del fatto che dovremo abituarci a turbolenze continue. A patto, però, di ricominciare a leggere ciò che succede nelle dinamiche economiche e sociali attuali, di fare atterrare il finanzcapitalismo perverso e di comprendere che l’era del turbocapitalismo, che ha caratterizzato lo sviluppo di gran parte del Paese negli anni passati, è finito.

Quali sono queste dinamiche?

Partiamo da un fatto: un’evoluzione darwiniana il capitalismo l’ha già avuta: la selezione c’è già stata, anche se forse non è completamente finita. Poi: sta emergendo una categoria che potremmo simpaticamente definire quella degli “smanettoni”, cioè giovani che hanno una grande conoscenza dei mezzi ma che non riescono a scaricare a terra quest’ultima, quando invece tutte le imprese avrebbero bisogno di queste competenze, che vanno dal marketing all’informatica, dall’utilizzo dei social network alle reti lunghe. Poi ci sono i nuovi modelli di cooperazione sociale, in grado di far nascere un welfare dal basso, in risposta ad un servizio assistenziale che lo stato non sarà più in grado di erogare. Ecco, sono questi tre blocchi che dobbiamo tenere assieme”.

E non è facile, a fronte di risorse sempre più scarse…

In effetti abbiamo bisogno di politiche espansive. Da questo punto di vista mi spiace constatare come le politiche disdegnate dal Governo per incentivare l’occupazione privilegino chi non ha studiato rispetto a chi, invece, si è preparato. Si tratta del retaggio di teorie postfordiste oggi superate. Investire su queste ultime significa sprecare risorse..

E la società, in questo contesto, che fine sta facendo?

La metamorfosi si è mangiata non solo il capitale economico, ma anche quello sociale. Ha eroso le relazioni all’interno delle quali nasceva la voglia di fare impresa. Impresa che è competitiva, ma comunque legata alla solidarietà delle tre C – campanile, comunità, capannone – dalla famiglia. Ora anche questo DNA si sta spezzando, come dimostra la difficoltà della trasmissione di impresa. Anche la coesione famigliare, insomma, non è forte come in passato, circostanza che finisce col mettere in crisi anche la “Famiglia SPA”, già alle prese con i problemi finanziari determinati dallo scoppio delle bolle speculative dal 2008 in poi. Queste dinamiche hanno notevolmente rallentato il turbocapitalismo, cioè quel capitalismo nato dal basso, quella proliferazione di imprese che hanno rappresentato il capitalismo molecolare sui cui per tanto tempo si è appoggiata l’economia italiana e la cui diffusione, in passato, era stata agevolata anche da banche territoriali, ora sostituite da grandi gruppi meno legati alle piccole comunità Anche per questo ritengo sia necessario superare la visione localistica che ha caratterizzato sino ad oggi il nostro sistema economico-sociale”.

In che direzione deve crescere il nostro sistema manifatturiero?

Deve avere la conoscenza delle reti rappresentata dalle banche, dalle camere di commercio, dalle università, dalla logistica. Inserirsi nei flussi, come dicevo prima. Che sono dinamici per definizione, e che per questo richiedono un grande spirito di adattabilità.

Ha parlato di “fare atterrare” il finanzcapitalismo: in che modo può avvenire?

Penso che la traccia da seguire stia possibilità di far sì che la parola chiave, Economia, sappia tenere assieme le 3 T della new economy (Tecnologia-Talento-Tolleranza) con le 3 T della Terra come risorsa, del Territorio da ripensare e della Tenuta dell’ecosistema. Sarebbe un bel modo per disegnare il futuro, sociale ed economico, delle nostre comunità.

 

 

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