A Plast 2015: “Innovazione, sicurezza e sostenibilità degli imballaggi in materie plastiche per alimenti”

A Plast 2015 si è tenuto il convegno “Innovazione, sicurezza e sostenibilità degli imballaggi in materie plastiche per alimenti”. Ad aprire i lavori è stata la dottoressa Elvira Cecere, della Direzione Generale per l’igiene e la sicurezza alimentare del Ministero della Salute che ha sottolineato come la sicurezza alimentare riguardi tutta la filiera “from farm to fork”, inclusi quindi gli imballaggi destinati al contatto alimentare.

L’argomento ricade dunque nella competenza del Ministero della Salute perché i materiali a contatto ricadono nella legislazione alimentare, in quanto possono trasferire componenti ai prodotti alimentari e in alcuni casi, determinare una contaminazione dell’alimento stesso.

L’innovazione tecnologica e le istanze ambientali portano anche una evoluzione della normativa che comunque, pur in continuo aggiornamento, non riesce a tenere il passo dell’evoluzione tecnologica; per cui oggi è possibile utilizzare anche in Italia plastica riciclata per l’imballaggio di alcune tipologie di alimenti, se prodotti secondo le rigorose regole comunitarie sui processi di riciclo specifici per garantire l’idoneità al contatto con alimenti e bevande.

Di innovazione e sostenibilità ha parlato anche R. Pianesani, vice presidente di I.P.I.L, che ha portato la testimonianza di un’azienda fra le poche a livello mondiale a gestire completamente la supply chain dell’R-PET: il PET riciclato.

L’integrazione del ciclo di trasformazione dell’R-PET destinato al packaging alimentare offre a I.P.I.L una prospettiva nuova di relazioni con i fornitori, con il mercato e con i clienti, basato sull’Assunzione di Responsabilità lungo tutta la supply chain, che va dall’ approvvigionamento delle materie prime, ai processi produttivi industriali di trasformazione, alla garanzia di Conformità alle Normative ed ai principi di sicurezza alimentare, all’innovazione dei prodotti e delle tecnologie nella direzione di una migliore riciclabilità degli imballaggi.

La sensibilità verso il riciclo porta il mercato a trovare soluzioni per imballaggi più semplici da riciclare, mentre i riciclatori sono coinvolti in una evoluzione spinta della tecnologia di selezione. La raccolta differenziata è in aumento e con essa l’esigenza di avere imballi sempre più facili da riciclare.

Oggi si riciclano bottiglie in PET, nel prossimo futuro cestini e vassoi in PET e poi sarà la volta delle stoviglie monouso e delle vaschette in poliproprilene.

Ad oggi si utilizza PET riciclato in prodotti a più strati in cui la plastica vergine è a diretto contatto con gli alimenti e poi nello spessore interno dell’imballo, dietro a quella che viene definita una barriera funzionale, può essere utilizzata plastica riciclata.

Di barriere funzionali per il packaging flessibile ha parlato nello specifico Dario Dainelli, direttore area normativa della Sealed Air, protagonista del settore. Le barriere funzionali, servono ad allungare la vita di scaffale dei prodotti e sono barriere all’ossigeno, all’anidride carbonica, al vapore acqueo, ai raggi UV, all’azoto e ad altri gas che possono accelerare o rallentare i processi di deterioramento dei cibi.

Le barriere funzionali sono degli strati che sono in grado di fermare la migrazione di una sostanza, anche se è azzardato parlare di barriere assolute. E’ un settore in evoluzione che vede coesistere barriere cosiddette tradizionali come il PVDC, l’alluminio, il poliestere e l’EVOH , insieme a barriere nuove come i nanocompositi (molto utilizzati come antimicrobici), le barriere attive (che conservano i cibi molto più a lungo), o gli ossidi di Silicio (SIOX) per citare i più noti.

Esistono barriere per conservare il colore, le proprietà nutritive, la perdita di umidità, gli aromi (si pensi al caffè), o al contrario per preservare dalla contaminazione da sostanze estranee, ma vi sono anche barriere per i contaminanti che, dall’esterno della confezione o dall’imballo stesso, possono arrivare al prodotto.

Di plastica riciclata e sicurezza alimentare ha invece parlato Luca Stramare, responsabile dell’area ricerca e sviluppo di Corepla: il consorzio per il recupero della plastica, secondo cui la filiera del riciclo diventa sostenibile se il valore del materiale è elevato, se la raccolta e il trattamento per il riciclo sono semplici. Il valore della plastica da riciclo è inferire ai costi di raccolta, selezione e lavorazione. Ad oggi si ricicla il 56% della plastica selezionata da Corepla mentre il restante viene indirizzato al recupero energetico, quindi è necessario che in questo settore la responsabilità estesa del produttore sia sostenuta ed incoraggiata.

L’utilizzo di plastica riciclata negli imballi alimentare è normata dal REGOLAMENTO (CE) N. 1935/2004, il cui articolo 3 recita che “I materiali e gli oggetti, compresi i materiali e gli oggetti attivi e intelligenti, devono essere prodotti conformemente alle buone pratiche di fabbricazione affinché, in condizioni d’impiego normali o prevedibili, essi non trasferiscano ai prodotti alimentari componenti in quantità tale da: costituire un pericolo per la salute umana, comportare una modifica inaccettabile della composizione dei prodotti alimentari o comportare un deterioramento delle loro caratteristiche organolettiche”.

Se dunque il riciclo è realizzato secondo le buone pratiche di fabbricazione, con sistemi di controllo e di assicurazione della qualità, realizzando i test per i limiti di migrazione, si arriva ad un rischio minimo accettabile di contaminazione che consente di utilizzare plastica riciclata per imballaggi alimentari.

Tale rischio e tanto minore tanto più è a ciclo chiuso la vita di un imballo. Ha fatto scuola in tal senso il CONIP, che per primo ha utilizzato la plastica riciclata a contatto con gli alimenti per le casse in plastica di raccolta dell’ortofrutta.

Sicurezza del packaging e valutazione del rischio sono strettamente legate perché la normativa sulla sicurezza alimentare deve essere progettata, come ha spiegato la dottoressa M.R. Milana dell’Istituto Superiore di Sanità.

La valutazione preventiva del rischio ed il controllo sono concetti validi per l’industria, per l’autorità preposta al controllo e per la ricerca. Il rischio ed il concetto di rischio sono nell’art. 3 del Regolamento Europeo. La migrazione 0 non esiste, è scientificamente impossibile. Se ci si domanda se gli imballi a contatto con alimenti possono consentire la migrazione di sostanze e se queste siano pericolose, non è possibile rispondere con un sì o con un no.

Dipende dall’interazione tra imballo ed alimento, dalla tossicità eventuale e dalla quantità di alimento consumato. Le legge dice che gli imballi non devono trasferire ai prodotti alimentari quantità di migranti tali da costituire un pericolo per la salute, non devono comportare una modifica inaccettabile della composizione dei prodotti alimentari o comportare un deterioramento delle loro caratteristiche organolettiche. Il pericolo deve dunque riferirsi ad una quantità non tossica anche se viene assunta.

La valutazione del rischio è la scienza della sicurezza e deve essere approcciata con metodologia internazionale. Negli imballi a contatto con alimenti, il rischio deve essere individuato, studiato, valutato e caratterizzato. Da questo lavoro si evincono i potenziali problemi associati all’esposizione alla sostanza, che si prevengono con i controlli e con eventuali limitazioni all’uso. La valutazione del rischio compete sia al pubblico sia al privato che è il primo a conoscere l’applicazione del prodotto.

La normativa infatti non riesce a stare al passo con l’innovazione, e la norma europea affida in primis al produttore, la competenza e la responsabilità sul tema della sicurezza alimentare mentre rimane fondamentale l’attività ispettiva dell’unione Europea e degli stati membri.

L’Italia è in prima fila nell’attività di formazione delle autorità preposte al controllo a livello territoriale.

Per quanto riguarda gli imballi nel settore delle acque minerali, è importante sottolineare la maggiore sensibilità degli utilizzatori rispetto ad altri tipi di imballo. Questo perché le caratteristiche di purezza originale e organolettiche dell’acqua, sono immediatamente percepibili e una contaminazione da migranti, anche se non pericolosi, impatta pesantemente sul valore del prodotto. L’acqua è un bene a basso costo e ad altissima diffusione quindi, per l’aspetto di responsabilità estesa, i produttori sono molto interessati alla possibilità di utilizzare plastica riciclata.

Ad oggi si lavora anche molto sulla riduzione del peso degli imballi.

Gli imballi in plastica hanno il compito di spostare nel tempo e nello spazio il consumo del prodotto. Oggi il packaging è molto importante per ridurre gli sprechi e le perdite di prodotto

from farm to fork”.

A seconda che ci si rivolga a Paesi in via di sviluppo o ai Paesi del primo mondo l’imballo ha un ruolo diverso.

Da uno studio della FAO del 2011 si evince che nei Paesi in via di sviluppo si perde circa 1/3 del prodotto nel passaggio dalla produzione alla distribuzione; invece nei Paesi sviluppati il problema è spostato a livello del consumatore finale ed è dovuto ad una (spesso) cattiva organizzazione della dispensa che si traduce in spreco.

Qui il packaging alimentare svolge ormai un ruolo fondamentale in una società che si sta evolvendo, con le famiglie che cambiano (più piccole, che fanno la spesa solo una volta alla settimana e magari on line).

L’imballo deve prolungare la vita a scaffale ed è sempre più importante perché permette la conservazione delle proprietà del prodotto, con un impatto ambientale che è valutato mediamente nel 10/20% del valore prodotto, una percentuale minima se si pensa ai benefits che ne derivano.

La percezione dei meriti dell’imballaggio da parte del consumatore finale è un tema che deve trovare maggiore sensibilità nell’opinione pubblica, spesso condizionata dal problema della produzione di scarti.

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